La collaborazione del Regno Unito alla Difesa Europea dopo la Brexit

Massimo de Leonardis

Gran parte del dibattito sui rapporti tra Regno Unito e Unione Europea dopo la Brexit si è incentrata sugli aspetti economico-finanziari; tuttavia, la Gran Bretagna ha un ruolo di primo piano anche nella Difesa Europea. L'analisi si fonda su due presupposti: la decisione di abbandonare l’Unione Europea non sarà rivista; una Difesa Europea senza il Regno Unito sarebbe inevitabilmente priva di un pilastro fondamentale. Quello della Difesa, dunque, appare come un settore in cui il mantenimento di una collaborazione con Londra appare una scelta doverosa.

Articolo originariamente pubblicato sulla Rivista Marittima, pubblicazione mensile della Marina Militare (numero di aprile 2018).

 

Gran parte del dibattito sui rapporti tra Regno Unito e Unione Europea dopo la Brexit si è incentrata sugli aspetti economico-finanziari, certamente importanti per la posizione centrale che Londra ricopre in tale campo sul piano globale. Tuttavia, un altro settore fondamentale nel quale la Gran Bretagna ha un ruolo di primo piano è quello della Difesa Europea. Questo articolo sul problema parte da due presupposti. Il primo è che la decisione di abbandonare l’Unione Europea non sarà rivista, come ha vagheggiato qualche commentatore ad essa contrario, sulla base di un wishful think irrealistico. La seconda premessa è che una Difesa Europea senza il Regno Unito sarebbe inevitabilmente priva di un pilastro fondamentale.

La lezione storica

Un breve esame storico dimostra la forte continuità delle posizioni del Regno Unito riguardo alla difesa dell’Europa dal dopoguerra ad oggi. In questo senso, la scelta del leave non rappresenta una rottura con il passato, ma la conferma di un atteggiamento tradizionale. Guardare alla storia non è mai inutile o indifferente. Gli analisti strategici appiattiti sull’attualità diranno che il Regno Unito di oggi non è più la potenza militare di un tempo. È vero, anche se lo si diceva già prima della guerra delle Falkland del 1981, straordinario esempio di determinazione politica e professionalità militare. Al di là delle capacità militari del Regno Unito, delle quali si parlerà successivamente, resta sempre valido che Londra e Parigi esprimono, per ovvie ragioni storiche, una cultura politica e un’esperienza che considera l’uso della forza militare uno strumento indispensabile a sostegno della politica estera; sui problemi della Difesa il consenso all’interno dei due Paesi è sempre stato assai vasto, con larga continuità fra i differenti governi.

Storicamente va innanzi tutto ricordato il ruolo fondamentale del governo britannico nei progetti di difesa europea nell’immediato dopoguerra. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la prima alleanza militare tra Paesi europei fu il trattato anglo-francese di Dunkerque del 4 marzo 1947. Formalmente rivolta contro «un’aggressione armata da parte della Germania», l’alleanza costituiva tuttavia una prima pietra sulla quale costruire uno schieramento più vasto per fronteggiare la minaccia dell’Unione Sovietica, ben più temibile e realistica. In questo senso, le tappe successive videro Londra protagonista assoluta.

A Guerra Fredda ormai conclamata, tra dicembre 1947 e gennaio 1948, il ministro degli esteri laburista britannico Ernest Bevin lanciò il suo progetto di Western Union, che mirava a coinvolgere in uno schieramento difensivo anti-sovietico l’Europa occidentale, gli Stati Uniti e il Commonwealth [1]. Concretamente Londra promosse la costituzione del Patto di Bruxelles, firmato il 17 marzo 1948 tra Regno Unito, Francia e Benelux; l’Italia, pure invitata, non aderì per varie ragioni, in un primo tempo per l’imminenza delle decisive elezioni politiche del 18 aprile. Per ragioni di prudenza e per venire incontro ai residui timori della Francia, il Patto indicava ancora il pericolo «di una ripresa della politica aggressiva da parte della Germania», ma il casus foederis (art. 4) era valido contro qualunque «aggressione armata in Europa». Già l’11 marzo precedente, Bevin si era rivolto agli americani proponendo tre sistemi di sicurezza: 1) il futuro Patto di Bruxelles con l’appoggio esterno di Washington, 2) «uno schema di sicurezza atlantico al quale gli Stati Uniti sarebbero ancora più strettamente interessati», 3) uno schema di sicurezza mediterraneo. Washington rispose sollecitamente e in maniera positiva agli appelli di Londra. Il 12 marzo il segretario di Stato George Marshall si dichiarò pronto «a procedere all’istante nelle discussioni congiunte sulla costituzione di un sistema di sicurezza atlantico» e il 17, giorno della firma del Patto di Bruxelles, parlando al Congresso, il Presidente Harry Truman espresse la certezza che «la determinazione dei Paesi liberi dell’Europa di proteggere se stessi verrà uguagliata da una pari determinazione da parte nostra di aiutarli a farlo».

Come si vede, all’inizio vi era una chiara distinzione tra i sistemi di sicurezza da varare: uno europeo con l’appoggio esterno degli Stati Uniti, uno atlantico con Washington direttamente coinvolta, ed uno Mediterraneo. Di tutti il Regno Unito sarebbe stato membro. In realtà tutto confluì in un unico Patto Atlantico. Il patto di Bruxelles rimase, ma svolse solo il ruolo di traghettare verso l’Alleanza Atlantica, mentre l’idea di un separato Patto Mediterraneo cadde una volta che l’Italia fu ammessa subito nel Patto Atlantico, portando come logica conseguenza all’ingresso nella NATO nel 1952 anche di Grecia e Turchia.

I primi negoziati segreti per il Patto Atlantico furono i Pentagon Talks, che si svolsero a Washington dal 22 marzo al 1° aprile 1948, con la partecipazione di Stati Uniti, Regno Unito e Canada. La Francia non fu invitata, sia perché si trattava appunto di discutere del sistema atlantico e non di quello europeo con appoggio esterno americano, sia perché si temevano fughe di notizie per la forte presenza di comunisti nell’apparato statale francese [2]. Peraltro Bevin informò degli imminenti colloqui i francesi, che non colsero però l’importanza e il senso della comunicazione. I Pentagon Talks si conclusero con un documento che prefigurava già largamente il testo del futuro Patto Atlantico, lasciando però in sospeso due questioni: la membership e il casus foederis, che Washington, per ragioni costituzionali, non voleva prevedesse il proprio automatico intervento in guerra in caso di attacco.

I successivi negoziati, gli Exploratory Talks on Security, iniziarono a luglio tra gli Stati Uniti, il Canada e i cinque Paesi del Patto di Bruxelles. In essi Londra giocò un ruolo cruciale, avvicinando le posizioni inizialmente assai diverse soprattutto di Parigi e di Washington. La costituzione dell’Alleanza Atlantica dovette quindi molto al Regno Unito e alla sua Special Relationship con Washington. Il primo organo direttivo militare dell’Alleanza, lo Standing Group, fu composto da Stati Uniti, Regno Unito e Francia [3]; con la costituzione del Supreme Headquarters Allied Powers Europe, la carica di Deputy Saceur è stata retta 21 volte da ufficiali britannici e 8 da ufficiali tedeschi [4].

Il progetto di Comunità Europea di Difesa, volto a risolvere il problema del riarmo tedesco alleviando le apprensioni francesi, vide Londra a dir poco scettica. Nel 1951 Winston Churchill sintetizzò la posizione britannica con queste parole: «Noi non siamo membri della Comunità Europea di Difesa, né intendiamo essere assorbiti in un sistema federale europeo. Sentiamo di avere con entrambi una relazione speciale. Questa può essere espressa da preposizioni, dalla preposizione “con” ma non da quella “di” – noi siamo con loro, ma non uno di loro. Noi abbiamo il nostro Commonwealth ed Impero». Se invece di Commonwealth ed Impero parliamo di “ruolo globale” è la stessa posizione di oggi. Nello scorso gennaio, l’attuale Primo Ministro britannico, Theresa May, nell’importante discorso di Lancaster House ha tracciato la via post-Brexit: il ritorno a «una Gran Bretagna veramente globale […] che vada oltre i confini dell’Europa […] Un Paese che entra nel mondo per costruire allo stesso modo i rapporti con i vecchi amici e nuovi alleati». «La cultura e la storia britannica sono profondamente internazionaliste» e, con un’eco churchilliana, la May ha osservato: «Siamo un Paese europeo – e orgogliosi del nostro patrimonio comune europeo – ma siamo anche un Paese che ha sempre guardato oltre l’Europa, al resto del mondo». Va subito osservato che questa è anche sostanzialmente la posizione della Francia. Il Livre Blanc Défense et Sécurité Nationale del 2013 definisce la Francia «una potenza europea con influenza globale» che «mantiene una presenza globale sulla scena internazionale, ove dispone della seconda rete diplomatica al mondo dopo gli Stati Uniti». Ne prendano nota i governi italiani, che spesso misurano le ambizioni del Paese su quelle della Francia salvo poi lesinare risorse al Ministero degli Esteri (e della Cooperazione Internazionale).

Fallita la CED per responsabilità francese, il Ministro degli Esteri britannico Anthony Eden risolse il problema del riarmo tedesco in un quadro atlantico e non europeo, riformando il Patto di Bruxelles, che divenne la Western European Union (in italiano UEO), allargata a Germania Occidentale (che entrò nella NATO) e Italia. Londra pagò un prezzo non indifferente, impegnandosi a mantenere la British Army of the Rhine sul confine franco-tedesco: 75.000 uomini, ridotti nel 1962 a 55.000. Tra alti (gli accordi di Nassau del 1962 e la guerra delle Falkland nel 1982) e bassi (Suez 1956 e l’invasione di Grenada nel 1983) la Special Relationship anglo-americana rimase il cardine della NATO. Dopo il 1967, la Germania sostituì la Francia, uscita dalla struttura militare integrata, come terzo partner importante [5].

Nel momento in cui a Londra e a Washington governavano due statisti, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che condividevano una comune visione politica, ideologica e strategica, il ruolo di Londra fu fondamentale nell’ultima crisi della Guerra Fredda, quella degli euromissili. Già il predecessore della Thatcher, il laburista James Callaghan, aveva messo in guardia sullo squilibrio strategico determinato dallo schieramento dei nuovi missili sovietici di teatro SS 20. La “Lady di ferro” non cedette alle pressioni di Mosca, dei pacifisti e di alcuni esponenti degli stessi conservatori e a metà novembre 1983 i primi missili Cruise giunsero in Gran Bretagna. Ad una settimana di distanza, la Germania occidentale, l’Italia, l’Olanda e il Belgio seguirono l’esempio britannico. Allo stesso tempo, nello storico summit di Camp David del dicembre 1984, la Thatcher convinse il Presidente Reagan a preservare l’equilibrio strategico – pur senza sospendere la fase di ricerca della Strategic Defense Initiative – e a non ricercare una superiorità con l’URSS che avrebbe minato il sistema della deterrenza, mettendo in pericolo gli alleati europei.

Dopo la fine della Guerra Fredda, nel campo della politica estera e di difesa tutti gli anni ’90 furono caratterizzati dalla dialettica tra atlantismo ed europeismo tra coloro, Londra in primis, che volevano al massimo rafforzare il braccio europeo della NATO riequilibrando i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, e chi, soprattutto Parigi, invece sognava un’autonoma Europa della Difesa. La UEO, rivitalizzata dal 1984, si trovò al centro di tale dibattito: doveva essere il pilastro europeo della NATO o il braccio armato della UE? Di fatto la UEO verrà sciolta nel 2011, assumendosi direttamente la UE il suo ruolo nel campo della Difesa. Fu una decisione che chi scrive ha sempre giudicato sbagliata. Una UEO che contava dieci Stati membri a pieno titolo politicamente vicini e una non disprezzabile tradizione di collaborazione in campo militare e di operazioni oltremare, lasciava il campo ad una UE con 28 membri (27 a Brexit consumata), con diverse priorità strategiche ed alcuni con Forze Armate assai poco significative. La svolta filo-UE era stata varata con il vertice di Saint Malo del dicembre 1998 tra il Premier britannico Tony Blair e il Presidente francese Jacques Chirac. L’incontro suscitò infondate speranze di una conversione di Londra ad una posizione convintamente europeista; in realtà il Regno Unito continuò a frenare il più possibile su un’Europa della Difesa autonoma dalla NATO.

Conseguenze della Brexit sui progetti di Difesa Europea

Secondo alcuni, la Brexit, rimuovendo il maggiore ostacolo rappresentato dalla Gran Bretagna, favorirebbe lo sviluppo di una Difesa Europea incentrata sulla UE e il più possibile autonoma dalla NATO, sulla quale non si potrebbe più completamente contare, alla luce del “nuovo corso” dell’Amministrazione Trump, in realtà assai ridimensionato rispetto a certe dichiarazioni in campagna elettorale. Tale posizione dimentica innanzi tutto che a privilegiare una posizione atlantista non è solo Londra, ma, tra i membri della UE, anche i Paesi dell’Europa orientale e alcuni di quella occidentale, come Danimarca, Paesi Bassi e Portogallo [6]. In secondo luogo, lo stesso Trattato UE di Lisbona riconosce la supremazia della NATO nel campo della difesa collettiva per gli Stati membri di entrambe le organizzazioni [7], che dopo la Brexit saranno 21. Soprattutto però, si dimentica che un’Europa della Difesa incentrata su Francia, Germania e Italia avrebbe una credibilità ridotta.

Ciò non solo per il fatto che Londra e Parigi dispongono del deterrente nucleare e di Forze Armate di tutto rispetto, ma anche perché tali due Paesi esprimono, come si è già detto, una cultura militare e strategica di alto livello. Che nel caso di Suez e della Libia il ricorso alla forza militare sia stato a dir poco incauto, non sminuisce la validità di tale considerazione. La Germania, soprattutto, ma in parte anche l’Italia, sempre per ragioni storico-politiche, rifuggono il più possibile dal considerare l’uso delle Forze Armate in combattimenti ad alta intensità.

Un’altra obiezione volta a ridimensionare l’importanza di Londra è che la sua Special Relationship con Washington, pur riaffermata da Donald Trump come primo punto fermo della sua politica estera, non ha lo smalto dei tempi migliori, con un Presidente americano non certo dotato della visione e della coerenza ideologica di Reagan ed un Regno Unito guidato da un Primo Ministro che è una pallida ombra della Signora Thatcher. Peraltro Trump aveva una madre nata e cresciuta in Scozia e trasferitasi in America a 18 anni; un caso simile, a nazionalità invertite, a quelli di due grandi fautori del rapporto anglo-americano Churchill e Harold Macmillan, altro Primo Ministro britannico (1957-1963), che avevano madri americane. Diversamente dal predecessore Barack Obama, Trump ha un background senza dubbio più radicato nella cultura occidentale e un legame con la storia e la cultura britannica, come dimostrato, sul piano simbolico, dalla immediata decisione di riportare nello Studio Ovale il busto di Churchill che, otto anni fa, Obama aveva invece rimosso. Sempre diversamente da Obama, Trump è stato un sostenitore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Al di là dei fattori personali, va rilevato che la National Security Strategy of the United States of America del dicembre 2017 non cita alcun altro Stato europeo oltre al Regno Unito come partner di Washington («Gli Stati Uniti lavoreranno con l’Unione Europea e bilateralmente con il Regno Unito e altri Stati, per assicurare giuste e reciproche pratiche commerciali ed eliminare le barriere alla crescita»)[8] e a livello extra-europeo sono menzionati in termini molto elogiativi due Paesi del Commonwealth, Australia e Nuova Zelanda.

Gli scettici su un ruolo chiave del Regno Unito aggiungono che non vi sarebbero comunque più le condizioni geopolitiche per l’opera di ponte tra le due sponde dell’Atlantico svolta per lungo tempo con efficacia da Londra. L’obiezione ha qualche fondamento, ma è proprio nel campo militare che il rapporto tra Washington e Londra mantiene la sua tradizionale solidità; come osserva un recente rapporto del Congressional Research Service, «gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno avuto a lungo la tendenza ad avere prospettive simili su questioni come l’uso della forza, lo sviluppo delle capacità militari, e il ruolo della NATO»[9]. È tuttora operante il Five Eyes Agreement, firmato nel 1948 fra Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada per la collaborazione nell’ambito dell’intelligence, come pure il Five Power Defence Arrangement, siglato nel 1971 da Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia più Singapore e Malesia per una cooperazione nel settore della difesa che, naturalmente, vede nel nucleo dei Paesi anglofoni il security provider. La Special Relationship anglo-americana è l’anello chiave della “anglosfera”[10], della quale è espressione il trattato di alleanza firmato nel 1951 da Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia volto al contenimento del comunismo (ANZUS) e che, come la NATO, si è evoluto per far fronte alle nuove minacce e sfide.

Sembra quindi opportuno, nonostante la Brexit, coinvolgere il più possibile il Regno Unito in accordi per la Difesa Europea, non diversamente da quanto si dovrebbe fare in campo economico-finanziario. Il Primo Ministro May ha ribadito più volte «lasciamo l’Ue, ma non lasciamo l’Europa», assicurando che «in nessun modo» il Regno Unito intende abbandonare la sua alleanza con i Paesi del continente e il suo impegno comune per «la democrazia, i diritti umani, la difesa» e «contro minacce internazionali»[11]. Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, la May ha precisato che «Oggi la sfida per tutti noi è di trovare il modo di operare insieme, attraverso una partnership approfondita e speciale, per mantenere la cooperazione che abbiamo costruito e andare oltre per fronteggiare le minacce in evoluzione […] Ciò significa fare di più per sviluppare la cooperazione bilaterale tra le nazioni europee, come sono stata lieta di fare con il Presidente Macron al vertice anglo-francese del mese scorso». Citando l’esempio dell’Eurofighter Typhoon, «una partnership tra Regno Unito, Germania, Italia e Spagna che ha sostenuto più di 10.000 posti di lavoro altamente qualificati», il Primo Ministro ha espresso la volontà di «concordare un futuro rapporto con lo European Defence Fund e la European Defence Agency, in modo da ricercare e sviluppare congiuntamente le migliori capacità future»[12]. Non a torto si è osservato che Londra teme molto la perdita dei fondi previsti dalla PESCO (Permanent Structured Cooperation on Security and Defence) e vorrebbe “the best of both worlds”, per dirla a modo loro e che cerca di far valere la carta militare per un migliore accordo post-Brexit anche in altri campi. Tuttavia non bisogna lasciare cadere la disponibilità manifestata, ma semmai verificarne la credibilità e l’attuabilità.

L’Ambasciata britannica a Roma ha organizzato a metà febbraio un seminario ad altissimo livello, ove sia il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiano Gen. Claudio Graziano, che da novembre assumerà la Presidenza del Comitato Militare della UE, sia il suo omologo britannico l’Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, da luglio Presidente del Comitato Militare della NATO, hanno sostenuto che la PESCO deve adottare una “open door policy” e attuarsi in un quadro di complementarietà e cooperazione con la NATO. Lo European Defence Industrial Development Programme non dovrebbe avere posizioni pregiudizialmente ostili all’industria degli armamenti britannica. Nulla poi vieta che, come già avviene, Stati non membri della UE contribuiscano alle sue missioni all’estero. Altri hanno sostenuto la necessità di una “unique strategic partnership” che trovi un equilibrio tra la volontà di indipendenza della Gran Bretagna e la necessità di una stretta cooperazione: se il Regno Unito non potrà ovviamente bloccare le decisioni dovrebbe avere comunque una voce nel processo decisionale. Dal punto di vista italiano, in mancanza di tale partnership vi sarebbero una serie di intese bilaterali, con il rischio per Roma di essere lasciata fuori da accordi franco-britannici. Tutti i partecipanti hanno poi respinto fermamente l’idea di una NATO focalizzata solo sulle minacce da est ed una UE solo su quelle da sud.

Il Presidente francese Emmanuel Macron, pur considerato un campione dell’europeismo, ha ribadito che «la Brexit non deve intaccare la qualità delle relazioni tra i nostri paesi». Parole pronunciate lo scorso 18 gennaio 2018 al vertice anglo-francese di Sandhurst (non a caso sede della Royal Military Academy), dove la Premier britannica ha giocato anche la carta della Difesa, assicurando che sul piano delle operazioni esterne il governo inglese aiuterà le truppe francesi di Barkhane, il dispositivo attualmente impegnato nel Sahel nella lotta al terrorismo, fornendo 3 elicotteri Chinook e alcuni droni di sorveglianza. Gli accordi di Sandhurst riaffermano la validità dei trattati di Lancaster House firmati il 2 novembre 2010 da David Cameron e Nicholas Sarkozy sulla cooperazione nel campo della Difesa e della Sicurezza, della gestione dei reciproci deterrenti nucleari, delle operazioni all’estero e della collaborazione nell’industria degli armamenti. È da vedere come questo potrà essere armonizzato con la PESCO che prevede anch’esso la cooperazione di tali industrie.

Negli anni ’60 del secolo XX, il Generale Charles de Gaulle si oppose due volte all’ingresso del Regno Unito nella CEE. Il suo successore, Georges Pompidou, lasciò cadere il veto, giocando invece la carta di una rinnovata entente cordiale con Londra, già non del tutto esclusa da de Gaulle. Va inoltre ricordato che l’estraneità di Londra alla CEE non impedì di avviare o varare due importanti progetti anglo-francesi, il supersonico Concorde (primo volo nel 1969) e il Tunnel sous la Manche Study Group del 1957. In una situazione in cui, rispetto a cinquant’anni fa, il rapporto tra Parigi e Berlino è mutato a favore della seconda (anche se ora la posizione della Cancelliera Angela Merkel è assi meno solida), è nell’interesse della Francia avere la sponda di Londra. Macron ha poi mantenuto una posizione di dialogo con l’Amministrazione Trump, a differenza della più dura Merkel.

Le Forze Armate britanniche

Secondo i dati ufficiali, il Regno Unito spende il 2,2% del PIL per la Difesa, una percentuale che lo colloca al terzo della NATO nel 2016, dopo Stati Uniti e Grecia [13]. Il bilancio della Difesa britannico, 39,7 miliardi di sterline nel 2017, è il quinto al mondo in cifra assoluta. Al 1° aprile 2017 l’Esercito contava 78.410 militari più 26.660 nella riserva, la Royal Navy 29.580 più 2.560 nella riserva, la Royal Air Force 30.850 più 2.150. Numeri certamente contenuti seppure per un personale tradizionalmente ad alta professionalità [14]. Circa 5.050 militari delle Forze Armate britanniche sono schierati in più di 25 operazioni in più di venti Paesi di quattro continenti; 81 sono i Paesi che ospitano un addetto per la difesa britannico. Il Regno Unito è il secondo esportatore al mondo di prodotti e servizi per la difesa (l’Italia è il quinto). La ripartizione del bilancio della Difesa, vede il 27,3% assegnato alle spese per il personale militare e il 5% per quello civile, l’11,8% alle infrastrutture, un totale del 33,9% al mantenimento ed allo sviluppo degli equipaggiamenti anche speciali ed il resto a ad altre voci. L’Armed Forces Covenant, sottoscritto da tutte le autorità locali del Regno Unito, assicura il sostegno della Nazione al benessere dei militari.

Nell’ottobre 2017, il National Security Council britannico commissionò un nuovo studio, per guardare in una prospettiva decennale agli interessi di sicurezza del Paese nel quadro della Difesa europea. Il 25 gennaio scorso il Ministro della Difesa Gavin Williamson, trovando l’appoggio anche dell’opposizione, ha annunciato per l’estate una nuova revisione delle necessità militari, il Defence Modernisation Programme, dopo che da più parti si era rilevato il rischio, anche per il deprezzamento della sterlina a seguito della Brexit, che le capacità militari del Regno Unito non siano all’altezza delle sue ambizioni globali [15]. In particolare la Marina, avendo dato priorità alle due portaerei di nuova generazione, avrà bisogno di molto naviglio per scortarle e rifornirle e potrebbe essere costretta a tagliare i mezzi d’assalto anfibi per lo sbarco dei carri armati. L’Esercito potrebbe dover tagliare ulteriormente il personale e mancherebbe di sufficiente copertura aerea. L’Aviazione potrebbe essere costretta a ridurre o rinviare l’acquisto di F35 e la modernizzazione di altri equipaggiamenti. Insomma, il Regno Unito ha tuttora Forze Armate di tutto rispetto a livello mondiale, ma troppo esigue in caso di grave conflitto prolungato. Problema questo già rilevato durante la Guerra Fredda.

I punti di eccellenza dell’apparato militare britannico sono le forze speciali, l’intelligence, l’antiterrorismo e la cyber security. I Royal Marines con una forza complessiva di più di 8.000 militari sono l’unica fanteria di marina europea in grado di condurre operazioni anfibie a livello di brigata. Il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti per numero di basi militari nel mondo [16], collocate, oltre che in Germania negli attuali British Overseas Territories o in ex colonie, come l’isola di Ascensione, Bahrain, Belize, Brunei, Canada, Cipro, Diego Garcia, Isole Falkland, Gibilterra, Kenya, Nepal (un centro di reclutamento dei famosi Gurkha), Qatar, Singapore.

Tradizionalmente la Marina è il senior service britannico. Nel Regno Unito la Royal Navy [17] opera da tre basi. Faslane (sul Clyde in Scozia), ospita i sottomarini armati con il deterrente nucleare. Portsmouth, nel sud dell’Inghilterra come Devonport, è la sede dei 2/3 della flotta di superficie. Devonport (Plymouth), la più ampia base navale dell’Europa occidentale, ospita metà delle fregate, le navi per le operazioni anfibie e le navi di ricerca oceanografica. Il dislocamento totale della flotta è di circa 407.000 tonnellate (641.000 comprendendo la Royal Fleet Auxiliary e il naviglio dei Royal Marines). A sostegno della flotta militare, il Marine Services civile comprende un largo numero di navi ausiliarie. A fine 2017, la Royal Navy contava in servizio 73 navi (57 sono quelle della Marina Militare italiana): una portaerei, sei cacciatorpediniere con missili teleguidati, tredici fregate, e dieci sottomarini a propulsione nucleare (quattro con missili balistici). Inoltre vi sono una piattaforma per l’atterraggio di elicotteri, due navi per operazioni anfibie, tredici cacciamine, ventuno pattugliatori, tre navi di ricerca oceanografica, un rompighiaccio (l’unica nave costruita fuori dal Regno Unito, in Norvegia) e due navi storiche, la famosa ammiraglia di Lord Nelson HMS Victory e il cacciatorpediniere HMS Bristol, varato nel 1969 e utilizzato ora come nave scuola e alloggio per i Sea Cadets, la Combined Cadet Force e i Sea Scouts. La portaerei di 65.000 tonnellate HMS Queen Elizabeth, destinata ad imbarcare gli F35, sarà affiancata dalla gemella HMS Prince of Wales, che effettuerà le prove in mare nel 2019.

Una ricerca su varie fonti collocherebbe la Marina militare britannica al sesto posto nel mondo, in competizione con la Francia e dopo Stati Uniti, Russia, Cina, India e Giappone, che però al momento, a causa dell’art. 9 della costituzione, non possiede portaerei, ma solo portaelicotteri. Un ranking duro da accettare [18] per una Britannia abituata a rule the waves e che riflette il mutamento degli equilibri di potere internazionali; in Europa, continente in declino, la Royal Navy però primeggia ancora.

Conclusione

Di fronte alla Brexit due atteggiamenti serpeggiano all’interno della Unione Europea. Uno è quello di “far pagare” al Regno Unito la sua defezione. Esso esprime un’arroganza del tutto ingiustificata alla luce della performance assai misera dell’UE e vorrebbe dimostrare che non c’è alternativa al processo integrazionista intrapreso dopo Maastricht. Fatica a manifestarsi un atteggiamento più costruttivo mirante a mantenere un legame il più possibile costruttivo con Londra. Il campo della Difesa è certamente quello in cui un atteggiamento di collaborazione appare più doveroso. Sarebbe poi inconcepibile trattare con freddezza il Regno Unito e continuare invece a praticare l’appeasement verso la Turchia. La Francia sembra aver compreso la necessità di una entente cordiale con Londra, la Germania non ha titoli credibili, soprattutto in campo militare [19], per opporvisi. I Paesi dell’est e del Nord Europa certamente apprezzano la posizione intransigente verso la Russia (per quanto, come più volte espresso, non condivisa da chi scrive). L’Italia avrebbe un’occasione storica per riaffermare la sua “tradizionale amicizia” verso Londra, evitando di restare imprigionata nell’asse franco-tedesco, che potrebbe imporre e controllare le attività industriali di maggior valore, emarginando Roma.

 

[1] Sul tema mi permetto rinviare a due miei saggi: I «tre cerchi»: il Regno Unito e la ricerca della sicurezza tra Commonwealth, Europa e «relazione speciale» con gli Stati Uniti (1948-1949), in L’alleanza occidentale. Nascita e sviluppi di un sistema di sicurezza collettivo, a cura di O. Barié, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 9-113 e Gli Stati Maggiori britannici e la difesa dell’Europa Occidentale. «Impegno continentale» o strategia aero-navale (1948-1950), in Rivista Marittima, novembre 2010, pp. 87-98 e dicembre 2010, pp. 69-78.

[2] In realtà la spia dell’URSS c’era, ma era britannica, il primo segretario dell’ambasciata a Washington Donald Maclean, anche se non vi è prova avesse accesso ai dossier dei Pentagon Talks.

[3] Si riuniva settimanalmente e fu sciolto nel 1966 a seguito dell’annunciato ritiro della Francia dalla struttura militare integrata della NATO.

[4] Su 33 Presidenti del Comitato Militare 5 sono stati ufficiali del Regno Unito, compreso quello che entrerà in carica il prossimo luglio; 3 su 13 sono stati i britannici Segretari Generali della NATO.

[5] Per uno sguardo sintetico, cfr. M. de Leonardis, Il Regno Unito e la NATO, in Storia delle Relazioni Internazionali, a. III, 1987, n. 1, pp. 127-43.

[6] In campo economico L’Aja promuove poi un gruppo di Paesi nordici (Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania e Svezia) contrari ai progetti franco-tedeschi di riforma dell’Eurozona.

[7] «Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell’ambito dell’Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa» (art. 49, n. 7).

[8] https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905.pdf. L’allora consigliere di Trump Anthony Scaramucci si era spinto ad annunciare la volontà della nuova amministrazione repubblicana di avviare una «Età dell’Oro per i rapporti anglo-americani» e, pare, a giudicare «molto positiva» l’idea che gli Stati Uniti divenissero in futuro membro associato del Commonwealth (The Telegraph, United States could become an ‘associate member’ of the Commonwealth, 23-2-2017).

[9] J. K. Jackson–S. I. Akhtar–D. E. Mix, Economic Implications of a United Kingdom Exit from the European Union, Congressional Research Service, Washington, DC, 14-7-2016.

[10] L’anglosfera vedrebbe un’alleanza a maglie larghe incentrata sulla sicurezza ed il commercio tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada, collegata ad un’Europa atlantica nella quale Regno Unito e PECO giocherebbero un ruolo di primo piano, in alternativa al progetto di Europa politicamente integrata, protezionista, ripiegata su se stessa e poco amica dell’America, guidata da Francia e Germania (cfr. D. Borsani: Ritorno all’Anglosfera? Una prospettiva storica sui rapporti tra Gran Bretagna e Stati Uniti al tempo di Trump, in M. de Leonardis [a cura di], Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e discontinuità, Milano, Educatt, 2017, pp. 59-82).

[11] Discorso a Firenze del 22 settembre 2017, https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/theresa-may-florence-speech-in-full-read-brexit-plan-eu-talks-single-market-divorce-bill-a7961596.html.

[12] PM speech at Munich Security Conference, 17 February 2018, https://www.gov.uk/government/speeches/pm-speech-at-munich-security-conference-17-february-2018.

[13] UK defence in numbers: September 2017. Secondo calcoli dell’autorevole International Institute of Strategic Studies, contestati dal Ministero della Difesa, la percentuale negli ultimi due anni sarebbe in realtà stata dell’1,98.

[14] Nel 1976 il Generale d’aviazione George S. Brown, Presidente dei Joint Chiefs of Staff americani, fece questo commento ingiusto e sprezzante: «Essi [i britannici] non sono più una potenza mondiale, tutto quello che hanno sono generali, ammiragli e bande» (J. Baylis, Anglo-American defence relations 1939-1980. The special relationship, London, Macmillan 1981, p. 101). Non molti immaginano che i componenti delle magnifiche bande britanniche partecipano alle operazioni con compiti ausiliari, nella sanità o altro, mentre i tamburini formano plotoni specializzati come pionieri d’assalto, fuoco di sostegno o forze di protezione.

[15] Cfr. ad esempio l’editoriale del Financial Times Britain confronts limits of its military power. The UK’s capabilities in defence do not match its global ambitions, 12-12-2017.

[16] Per la Royal Navy cfr. List of Royal Navy shore establishments, https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Royal_Navy_shore_establishments.

[17] https://www.royalnavy.mod.uk/.

[18] Il sito indipendente Save the Royal Navy (http://www.savetheroyalnavy.org/) dichiara di sostenere la Marina e «combattere il suo declino».

[19] Secondo il rapporto annuale presentato al Bundestag nel febbraio 2018 dalla Commissione Difesa, dai sottomarini ai giubbotti anti-proiettile la condizione degli equipaggiamenti militari tedeschi è «drammaticamente cattiva» e solo una piccola parte di sistemi d’arma cruciali è operativa (https://www.ft.com/content/23c524f6-1642-11e8-9376-4a6390addb44).

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