La «perpetua quadriglia» tra le Grandi Potenze

 Massimo de Leonardis

Il Principe di Bismarck scrisse nelle sue memorie che «la politica internazionale è un elemento fluido, che in date circostanze diventa momentaneamente solido, ma col mutare dell’atmosfera, ritorna al primitivo stato di aggregazione». [...] Accanto a qualche dato costante, lo scontro tra Europa Cristiana e mondo musulmano nel Medio Evo e nell’epoca moderna ne è l’esempio più rilevante, la politica internazionale ha sempre infatti conosciuto rovesciamenti di alleanze e allineamenti tattici e temporanei. Un autorevole storico diplomatico ha scritto della «perpetua quadriglia» tra le Grandi Potenze. Ha costituito una parziale eccezione il periodo rigido, anomalo e irripetibile della Guerra Fredda [...]. Oggi molti dei capisaldi della Guerra Fredda sono crollati, e non è evidente quale sia il cardine della politica internazionale attuale.

Articolo originariamente pubblicato sulla Rivista Marittima, pubblicazione mensile della Marina Militare (numero di dicembre 2017).

“Fasi storiche” dopo la fine della Guerra Fredda

Il Principe di Bismarck scrisse nelle sue memorie che «la politica internazionale è un elemento fluido, che in date circostanze diventa momentaneamente solido, ma col mutare dell’atmosfera, ritorna al primitivo stato di aggregazione. La clausola: rebus sic stantibus, è nei trattati internazionali, contenenti stipulazioni di prestazioni, sottintesa» [1]. Accanto a qualche dato costante, lo scontro tra Europa Cristiana e mondo musulmano nel Medio Evo e nell’epoca moderna ne è l’esempio più rilevante, la politica internazionale ha sempre infatti conosciuto rovesciamenti di alleanze e allineamenti tattici e temporanei. Un autorevole storico diplomatico ha scritto della «perpetua quadriglia» tra le Grandi Potenze [2]. Ha costituito una parziale eccezione il periodo rigido, anomalo e irripetibile della Guerra Fredda, che però vide il clamoroso riavvicinamento tra la Cina comunista, ancora vivente Mao Zedong, e gli Stati Uniti guidati dal conservatore Richard Nixon, per non parlare dei numerosi cambi di campo nel Terzo Mondo.

Oggi molti dei capisaldi della Guerra Fredda sono crollati, e non è evidente quale sia il cardine della politica internazionale attuale. Dopo la dissoluzione del blocco comunista si è pensato di individuarne diversi in rapida successione, ma tutti sono risultati effimeri. Gli studiosi, anche non storici, hanno infatti difficoltà a definire il periodo successivo al 1989, limitandosi a parlare di “dopo Guerra Fredda” o di “sistema post-bipolare”, nell’incertezza di identificare un tratto distintivo di quest’ultimo quarto di secolo abbondante. Non diversamente si continua a definire gli anni dal 1919 al 1939 come il periodo tra le due Guerre Mondiali. Alcuni anni fa, si poteva poi leggere che «la possibilità di dover affrontare a media scadenza una “guerra costituente” [di un nuovo sistema internazionale] non appare a questo punto una ipotesi che sia radicalmente da escludere» [3].

René Albrecht-Carrié definì gli anni 20 del secolo XX «l’era delle illusioni»; Jean-Baptiste Duroselle ha parlato per quello stesso periodo di «illusione della sicurezza collettiva» [4]. Gli anni ’90 sono stati il secondo “decennio delle illusioni” del secolo XX, iniziati, all’epoca della prima guerra all’Iraq, con le speranze di «nuovo ordine mondiale» [5], proseguiti e conclusi, nonostante le amare delusioni in Somalia, in Jugoslavia e altrove, con la guerra nel Kosovo in nome dei “diritti umani”, preludio auspicato di un generale trionfo della giustizia internazionale. L’uso della forza militare sembrava consentito solo in operazioni che comunque contenessero il prefisso peace, o “umanitarie” fortemente venate d’ambiguità [6]. I militari diventavano un po’ poliziotti, assistenti sociali, operatori sanitari, in un clima di “buonismo” internazionale, che mascherava le dure e classiche realtà della politica di potenza. Gli Stati Uniti, “sceriffo planetario”, vivevano il loro momento unipolare. Autore di riferimento di tale visione era Francis Fukuyama con la discutibilissima formula della fine della storia con un Occidente trionfante [7].

L’11 settembre 2001 sembrò tuttavia aprire una nuova fase, della quale la lotta al terrorismo di matrice islamica era la caratteristica dominante. Il 9/11, attentato alle torri gemelle, oscurava l’11/9, caduta del Muro di Berlino. L’autore di riferimento, la cui tesi «resistette molto meglio al confronto con la realtà» [8], diventava Samuel Huntington [9], per il quale l’Occidente non era per nulla trionfante, doveva anzi affrontare uno scontro con le altre “civiltà” in ascesa. La sfida era raccolta dalla presidenza di George Bush Jr., con operazioni militari non più di peacekeeping ma di lotta al terrorismo con forte impegno in combat operations, inserite altresì in un programma ambiguo e illusorio di “esportazione della democrazia”. La fase che poneva al centro la lotta al terrorismo sembrò però finita almeno dal 2008 e ne fu proclamata ufficialmente la chiusura dal Presidente Barack Obama. Il nuovo elemento dominante sembrava la “grande crisi”, non il “grande crollo” come John Kenneth Galbraith definì la crisi del 1929, che vedeva tutto l’Occidente in difficoltà economico-finanziarie, mentre era evidente l’ascesa di nuove Grandi Potenze non occidentali: the Rise of the Rest, dopo secoli di Rise of the West, secondo la formula di Fareed Zakaria [10]. Tuttavia, in un breve arco di tempo, mentre l’economia, bene o male, si riprendeva, riappariva prepotentemente la minaccia del terrorismo internazionale di matrice musulmana, il Medio Oriente passava dalle “primavere arabe” all’“inverno islamico” o più propriamente al caos geopolitico, ondate migratorie investivano un’Europa smarrita mettendone a rischio gli equilibri politici.

Come definire tutto ciò? Le varie definizioni, “pace fredda”, “geopolitica del caos”, “Post-American World”, sono poco più che formule pubblicistiche. Il «“primo secolo XXI”» ha un «avvio confuso e dalle prospettive discordanti e imprevedibili»; «per la prima volta in due secoli il mondo manca completamente di ogni struttura internazionale». In Europa, la crisi dei modelli istituzionali e delle ideologie politiche tradizionali genera in politica estera impotenza e incapacità di visioni strategiche.

L’erosione in Europa delle identità e del confine tra politica estera e politica interna

Naturalmente i mutamenti politici interni hanno sempre avuto conseguenze in politica estera. Dal 1815 al 1914 la Francia ha conosciuto quattro regimi, monarchia borbonica, monarchia orleanista, secondo impero, terza repubblica, ognuno dei quali ha causato riallineamenti della politica estera. Nello stesso periodo, l’alternanza fra Tories e Whigs nel Regno Unito ha anch’essa determinato mutamenti in politica estera, anche se meno profondi. Oggi la situazione presenta però, soprattutto nei Paesi democratici europei, elementi strutturali che rendono assai deboli i governi e le loro politiche estere. L’Unione Europea ha eroso la sovranità dei governi nazionali, espropriandoli di molti poteri, con pesanti conseguenze sul funzionamento della democrazia. Perché votare, si chiedono in tanti, se molte decisioni in settori chiave sono strettamente vincolate da Bruxelles? In realtà poi la UE, contravvenendo al principio di sussidiarietà, si occupa di questioni minime, ma resta priva di una politica estera e militare: «con “la politica estera dell’Unione Europea” si intende in sostanza in questo periodo qualcosa di molto “interno”. Una diplomazia intraeuropea cioè: fra gli Stati membri dell’Unione e fra questi e gli Stati candidati a diventarlo». Si accentuano poi le divergenze tra Europa e Stati Uniti, e si pone il «problema se non ci si trovi di fronte a un terzo Occidente angloamericano rigorosamente atlantico intermedio-sovrapposto agli altri due» [11].

L’UE poteva vantare i suoi maggiori, unici, successi in campo economico, con la moneta comune, oggi messi in dubbio. Senza entrare nel dibattito sui “successi” dell’Euro, va rilevato che l’economia occupa certo un posto dominante nelle odierne relazioni internazionali eppure proprio un Premio Nobel per tale disciplina ammoniva già un quarto di secolo fa: «La questione dell’immigrazione proveniente dai paesi dell’est, dalle ex repubbliche sovietiche, dai Paesi del Maghreb, dall’Africa nera e dai Paesi del sudest asiatico è attualmente la questione più importante che si pone all’Europa. Essa è ben più importante e urgente del problema dell’instaurazione di una moneta comune» [12]. Il fallimento dell’UE in tale campo è sotto gli occhi di tutti ed è all’origine del “populismo”, brutta parola cara alle caste (non élites) politically correct. Se gli elettori votano bene rappresentano la volontà popolare, se votano male esprimono conati populisti. Non bastano certo però gli anatemi ad esorcizzare le preoccupazioni su identità e sicurezza.

L’UE ha minato la credibilità degli Stati nazionali, favorendo di fatto fenomeni come l’indipendentismo catalano [13]. La prima domanda di un dibattito serio sul futuro dell’Europa riguarda proprio il ruolo dello Stato nazionale. «Cercare di sopprimere il senso della nazione e concentrare il potere si centro di un conglomerato europeo sarebbe altamente nocivo [...] – sosteneva Margaret Thatcher nell’importante discorso di Bruges del 1988 [14] – L’Europa sarà più forte proprio perché ha la Francia in quanto Francia, la Spagna in quanto Spagna, la Gran Bretagna in quanto Gran Bretagna, ciascuno con le proprie abitudini, tradizioni e identità. Sarebbe follia cercare di costringerle in una specie di identità, di personalità europea». All’estremo opposto vi è la visione di chi auspica il completo superamento dello Stato nazionale, schiacciato tra due morse, il regionalismo e il federalismo sovrannazionale, la rinuncia all’identità nazionale, sostituita da quelle provinciali, la trasformazione dell’Europa «al tempo stesso in provincia e in metanazione» [15]. Echi di questo dibattito si percepirono al Consiglio Europeo di Essen nel 1994, dove un ministro tedesco avrebbe proclamato la morte dello Stato-nazione, per sentirsi rispondere indirettamente dal primo ministro francese Édouard Balladur che «la Francia è la nazione più antica d’Europa». Secondo alcuni poi, non solo le identità nazionali dovrebbero dissolversi, ma anche la stessa identità europea dovrebbe trasformarsi profondamente e il nostro continente divenire «multirazziale» e «multiculturale». Già nel 1990 Umberto Eco scriveva che siamo oggi di fronte «a un fenomeno migratorio» che «avrà come risultato finale un riassetto etnico delle terre di destinazione, un inesorabile cambiamento dei costumi, una inarrestabile ibridazione che muterà statisticamente il colore della pelle, dei capelli, degli occhi delle popolazioni» [16]. In pratica, a più di 500 anni dalla scoperta dell’America da parte dell’“ignobile” Cristoforo Colombo, vi sarebbe il capovolgimento della tradizionale missione civilizzatrice dell’Europa, che verrebbe investita da agenti esterni fino a subire una vera e propria mutazione genetica. Tutto era già stato scritto più di vent’anni fa; oggi vediamo le conseguenze di disegni oscuri e di “disattenzioni”.

In nessuna delle maggiori Potenze dell’Europa occidentale il governo può dormire sonni tranquilli. L’Italia è alla vigilia di elezioni che forse non produrranno una chiara maggioranza. A Londra, Theresa May si è rivelata tutt’altro che una “Lady di ferro”; i compagni di partito rinviano la sua defenestrazione solo per timore di compromettere la tenuta del governo aprendo le porte ad una vittoria dell’ultra-sinistro Jeremy Corbyn, impensabile in passato ma oggi prevista dai sondaggi. A Madrid, a parte la grana della Catalogna, vi è un governo privo di maggioranza. L’inossidabile Frau Merkel [17] deve decidere che coalizione di governo formare. Qualche commentatore ha visto nel Presidente francese Emmanuel Macron l’unico leader forte, dimenticando che al primo turno ebbe solo il 25% dei voti e soprattutto che è da vedere se la sua “forza” resisterà alle pressioni sociali contro l’annunciato piano di riforme interne.

Più stabile e determinata appare buona parte della Mitteleuropa, dall’Austria alla Polonia, dalla Repubblica Ceca alla Slovacchia. Per i politically correct sono però egoisti, non volendo immigrati, in qualche caso sono conservatori cattolici e, appunto, populisti. «La paura che “il mio mondo sta per scomparire o essere sopraffatto da altri” è largamente diffusa del continente e caratterizza la politica europea attuale. Ora, proprio come nel 2003, emergono due diverse visioni dell’Europa: l’Europa centrale dove l’ascesa di maggioranze minacciate è più visibile e dove l’omogeneità etnica è lodata come un grande risultato storico e l’Europa occidentale, dove le élites – anche se non sempre il pubblico in generale – restano fedeli ai loro impegni liberali. Inoltre il predicare semplicemente i valori liberali più non essere la risposta appropriata alla crisi attuale […] vi è piuttosto la sensazione crescente che le democrazie liberali siano impreparate a rispondere in maniera decisa alla crisi e la situazione stia andando fuori controllo» [18].

Il panorama extra-europeo e l’indebolimento dei pilastri tradizionali

Fuori d’Europa, gli Stati Uniti, primo attore della politica mondiale, appaiono incerti e imprevedibili. In un precedente articolo si tentava la difficile impresa di dare un’interpretazione coerente e razionale della politica estera di Donald Trump [19]. Un aggiornamento della precedente analisi può rilevare alcuni punti. Innanzi tutto anche Trump soffre, in maniera senza precedenti, di una difficile situazione interna. Mai un Presidente è stato soggetto fin dall’entrata in carica di una così forte e sistematica campagna di delegittimazione. Mai, ad esempio, era accaduto che il predecessore prendesse la guida di un movimento politico per contestare il Presidente in carica. La Organizing for Action, che si vanta di avere una forza di più di 30.000 militanti, «combatterà contro il Presidente Donald Trump – così ha scritto Paul Sperry [20] sul New York Post – in ogni fase della sua presidenza e l’ex presidente li comanderà da un bunker lontano meno di due miglia dalla Casa Bianca». Il Russiagate, a mio giudizio una vicenda surreale e inconsistente, tiene Trump sotto scacco e gli ha impedito di finora di realizzare una svolta positiva nei rapporti russo-americani, obiettivo dichiarato del Presidente in campagna elettorale. Ciò detto, la posizione di Trump in politica interna è assai meno precaria di quanto viene presentata al pubblico italiano da commentatori a lui ostili. L’economia cresce, sono stati creati un milione di posti di lavoro, la disoccupazione è al 4,3%, la più bassa degli ultimi sedici anni, aumentano anche i salari (dello 0,3% a luglio rispetto allo 0,2% del mese precedente), si preannuncia una forte riduzione delle tasse anche per il ceto medio. L’America profonda sostiene Trump, un populista al governo, poco curandosi delle preoccupazioni delle élites liberal.

Il trio costituito da Rex Tillerson, Segretario di Stato, il Generale dei Marines James Norman Mattis a capo del Pentagono e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Generale Herbert Raymond McMaster guida la politica estera e militare lungo sentieri più rassicuranti e tradizionali, dopo il ritiro dell’eterodosso Steve Bannon. Il rilancio della special relationship anglo-americana attende l’esito della Brexit, hard o soft. La denuncia del trattato sul clima e dell’accordo sul nucleare con l’Iran adempiono promesse elettorali e, insieme all’uscita dall’UNESCO nel 2019 (dopo che dal 2011 erano stati sospesi i finanziamenti e comunque non una novità essendo Washington rimasta fuori già dal 1984 al 2002), sono esempi di una politica principled che sfida la political correctness. Naturalmente è un po’ incoerente denunciare come sanguinario e amico dei terroristi il regime degli ayatollah e allo stesso tempo rafforzare i legami con l’Arabia Saudita. La gestione della questione nord-coreana è stata maldestra, quanto meno sul piano della comunicazione, facendo apparire Trump in gara con Kim Jong-un a chi la sparava più grossa. Vi è da sperare che tutto sia un esercizio di quella che John Foster Dulles definì brinkmanship (padroneggiare lo spingersi sull’orlo del baratro). Kim Jong-un non è un aspirante suicida, anche perché non crede nel paradiso islamico con le 72 giovani vergini, ma è semmai un bon vivant che vuole godersi il suo potere.

Il viaggio di Trump in Estremo Oriente (Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Filippine) in novembre, ben più lungo di quello in Europa a maggio, dimostra quale regione e quali attori siano in cima ai pensieri del Presidente. Gli Stati Uniti vi schierano contingenti significativi delle loro Forze Armate a cominciare dalla Settima flotta: in Giappone (circa 40.000 militari), in Corea del Sud (circa 35.000), a Guam (circa 4.000) i di stanza nelle Hawaii (40.000) e la Settima flotta. I problemi sono di prima grandezza, dal più grave al momento, la contrapposizione con la Corea del Nord, alle questioni strategiche di lungo periodo, la convivenza con la nuova Superpotenza, la Cina. Nel valutare il tour occorre accantonare dettagli non essenziali, parte non solo dello stile del Presidente ma anche del gioco diplomatico, come ad esempio l’alternanza di dichiarazioni dure (a Tokio) e distensive (a Seoul) verso Kim Jong-un, la tendenza ad adattare i toni a seconda del luogo e dell’interlocutore ed a comportarsi quasi sempre con un occhio all’opinione pubblica americana. Sulla Corea del Nord conta che non si è esclusa una soluzione negoziata, che prescinde dagli scontri verbali pubblici. Del tutto pretestuosa sembra poi la critica per non aver sollevato il problema dei diritti umani con il Presidente filippino Rodrigo Duterte; si potrebbero infatti riempire intere biblioteche con le critiche alle omissioni di moltissimi Presidenti in tale campo. E poi perché Trump avrebbe dovuto bacchettare Duterte e sorridere al Grande timoniere cinese (o al dittatore vietnamita), non certo impeccabile sui diritti umani? Dal punto di vista dell’organizzazione del viaggio desta sconcerto l’episodio relativo a Putin. È sorprendente che il Presidente americano e quello russo, come due amanti clandestini, siano stati costretti ad avere spezzoni di conversazione perché lo staff della Casa Bianca non aveva saputo o meglio voluto mettere in agenda un vero e proprio incontro bilaterale. Si tratta di un esempio clamoroso del potere di blocco del Russiagate.

Non è una novità che gli Stati Uniti debbano vedere la Cina sia come una rivale sia come un potenziale partner in alcuni ambiti. Condoleezza Rice, Consigliere per la Sicurezza Nazionale e poi segretario di Stato di Bush Jr. aveva praticato il congagement (containment più engagement). Nel 2006 Bush diede vita ad un forum biennale, il dialogo economico strategico limitato all’economia; Obama lo estese alla politica e alla sicurezza. Il dialogo tra Pechino e Washington è sbilanciato, la prima ha poco o nulla da chiedere agli Stati Uniti, mentre la seconda ha molte istanze; al problema dello squilibrio commerciale (347 miliardi di dollari nel 2016) si è aggiunta la questione nord-coreana. In un regime assai attento ai rituali, non è forse un caso che Xi Jinping abbia ricevuto Trump nello studio dell’Imperatore Qianlong, che nel 1793 umiliò la missione commerciale inglese guidata da Lord Macartney: ottenuta finalmente un’udienza con il Sovrano, trovò ad accoglierlo soltanto un editto imperiale posto sul Trono del Drago annunciante che l’impero Qing non aveva alcun bisogno dei beni e servizi britannici. Trump è stato prodigo di lodi verso Xi Jinping, definito «amico e re cinese», che ha ricambiato un po’ più sobriamente, ha evitato ogni polemica, addebitando il disavanzo commerciale ai suoi predecessori e vantando la firma di accordi con Pechino del valore di 250 miliardi di dollari. Il Presidente americano ha ribadito il suo rifiuto del multilateralismo commerciale e la preferenza per i rapporti bilaterali in cui ciascuno persegue l’interesse nazionale. Il rischio di tale posizione è di lasciare alla Cina la leadership della Trans-Pacific Partnership, abbandonata da Washington a gennaio. In conclusione la diplomazia di Trump, come indicato nel precedente articolo, resta ancora un’incognita e la domanda se il suo peculiare stile diplomatico sia semplicemente segno di una mancanza di strategia non trova una risposta certa. In un Paese che appartiene geo-politicamente all’Occidente anche se è collocato in Estremo Oriente, il Giappone, un leader determinato ha rafforzato la sua posizione. Il Primo Ministro Shinzo Abe ha vinto la sua scommessa elettorale, ottenendo una maggioranza parlamentare che gli permetterebbe di modificare gli articoli pacifisti della costituzione, da lungo tempo non più in sintonia con la posizione del Paese nel contesto regionale di riferimento. All’indomani della vittoria, Abe ha rilasciato una dichiarazione significativa: «Difenderemo il nostro popolo, proteggeremo il nostro felice stile di vita dando un futuro ai nostri figli e alla nazione». «Con Abe vince l’imperialismo come identità dello spirito giapponese, […] i giapponesi scelgono la globalizzazione ma senza la rinuncia alla propria sovranità, scelgono il multiculturalismo ma senza la rinuncia della propria marcata identità, scelgono di partecipare a “coalizioni internazionali” ma senza rinunciare al proprio individualismo, […], scelgono di aderire ai dettami della finanza internazionale ma con la propria politica monetaria» [21].

Uscendo dal perimetro dell’Occidente, tra le Grandi Potenze si ritrovano uno Stato totalitario, la Cina, una democrazia sui generis, che si auto-definisce “sovrana”, la Russia, una democrazia in senso formale, l’India. Tutti questi Stati esprimono leadership forti e sono gelosi custodi della loro assoluta sovranità.

La Repubblica Popolare Cinese sembra proseguire con grande fiducia nel suo cammino del tutto peculiare: si annunciano già le celebrazioni nel 2049 del primo centenario della Repubblica Popolare Cinese. Nella storia si sono già viste Grandi Potenze totalitarie o autoritarie, Germania nazista e Italia fascista, mantenere una economia capitalista, adottando quindi un modello economico liberista in uno Stato non liberale. Il caso cinese è inedito: uno Stato politicamente comunista promuove il capitalismo e l’iniziativa privata, praticando un “leninismo di mercato”. Il regime, che vede la perestroika e la glasnost di Mikhail Gorbachev come una ricetta per il disastro, non ha alcuna intenzione di liberalizzare la struttura del potere politico, la repressione del dissenso e l’indottrinamento capillare si intensificano e non si vedono speranze concrete per un accordo con la Santa Sede sulla libertà della Chiesa cattolica; il tutto coronato da un forte nazionalismo. Si procede verso nuove vie senza rinnegare il passato, aggiungendo nella Costituzione il «Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» a quelli di Mao Zedong e Deng Xiaoping (che inaugurò il nuovo corso proclamando che «non importa se un gatto è bianco o nero, finché cattura i topi»). Xi Jinping si candida ad essere il terzo grande leader della Repubblica Popolare cinese, prolungando il suo potere supremo oltre la scadenza del 2022. La Cina ha ormai tutti i requisiti di una Superpotenza e proclama apertamente di voler giocare un ruolo globale, mentre fino a qualche anno fa si dichiarava interessata solo alla stabilità della sua regione. All’estensione territoriale, consistenza demografica, forza economica e militare, Pechino ha aggiunto la capacità di presenza, anche militare (la base a Gibuti) in tutte le aree geopolitiche e un modello che combina sviluppo economico capitalista e autoritarismo ed è quindi certamente appetibile per il “terzo mondo”, dove ha già un importante stretto imitatore nel rivale Vietnam, anch’esso comunista e capitalista.

Il Presidente Vladimir Putin, che gode di grande sostegno, e che, a meno di sconvolgimenti indotti anche dall’esterno potrà restare al potere fino al 2024, ha largamente ripristinato il ruolo di Grande Potenza della Russia. Con l’annessione della Crimea ha violato le “forme”, ma ha restaurato le ragioni della storia e della geopolitica. A differenza della Cina ha messo in ombra, senza rinnegarlo esplicitamente, il passato comunista, come sì è visto anche dal tono decisamente minore delle celebrazioni del centenario della rivoluzione bolscevica del 1917, ove nella parata militare sono state mese in rilievo battaglie della vecchia Russia: Kulikovo (1380), Poltava (1709), Borodino (1812). Un avvenimento in apparenza minore conferma la “fluidità” della politica internazionale attuale e il gioco a tutto campo della diplomazia russa. All’inizio di ottobre il Re Salman bin Abdul-Aziz ha compiuto la storica prima visita a Mosca, alleata della Siria sciita, di un sovrano dell’Arabia Saudita, sunnita e da sempre legata a Washington. I due grandi Paesi ricchi di petrolio si sono accordati per una riduzione della produzione con conseguente rialzo del prezzo e Riad ha firmato un accordo per l’acquisto del sistema di difesa anti-missilistico russo S – 400. Lo stesso sistema appena acquistato dalla Turchia, membro della NATO; certamente a Washington non si è esultato per i due fatti. Con la Turchia Putin mostrò due anni fa nervi saldi, non reagendo all’abbattimento di un aereo russo da parte dei turchi e inaugurando invece un percorso di amicizia con Ankara, in controtendenza con una plurisecolare ostilità tra Impero Ottomano e Impero Russo e poi tra Turchia e URSS. Voci non confermate affermano che i servizi segreti russi avrebbero salvato la vita di Erdogan, informandolo che i maldestri golpisti stavano per attaccare l’albergo nel quale si trovava in vacanza.

Sul piano dei valori e dell’identità, di fronte ad un Occidente secolarizzato nel quale stanno cadendo tutti i bastioni del diritto naturale, Putin ha riscoperto la forte anima religiosa della “Santa Russia”, respingendo gli idoli di una modernità auto-distruttiva. Lo Stato e la società hanno però dei punti deboli. Ad esempio il crollo demografico (circa 150 milioni di abitanti in un territorio grande più di 50 volte dell’Italia) indotto dall’alcoolismo e da un sistema sanitario poco efficiente, espone alla cinesizzazione della Siberia e all’islamizzazione della Russia centrale. I russi sono un popolo paziente, ma non avendo lo Stato il controllo totalitario della società che vi è in Cina, non è da escludere una crisi, magari favorita dall’esterno. La Russia è un colosso dai piedi di argilla; l’abile diplomazia di Putin maschera questo fatto, un po’ come nella prima metà del XIX secolo faceva Metternich, che valorizzava al massimo il ruolo internazionale dell’Impero austriaco relegando in secondo piano le debolezze interne.

L’India ha una solida democrazia in senso formale, che non infrange però del tutto vecchie incrostazioni, un tasso di crescita economica assai elevato, un civil service erede della tradizione britannica, un grande sviluppo tecnologico, è potenza atomica con forti Forze Armate e pratica una diplomazia che gioca a tutto campo, in una non ostentata ma presente competizione con la Cina, con la quale vi sono vecchie e nuove rivalità. Anche in India vi è un risveglio identitario con manifestazioni di nazionalismo e integralismo religioso hindu.

I grandi Stati che nel recente passato venivano indicati come possibili future Grandi Potenze, Brasile e Sudafrica, travagliati da gravi problemi interni, non sembrano in grado di giocare tale ruolo. I raggruppamenti informali quali BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e IBSA (India, Brasile, Sudafrica), creati dagli operatori economici (la Goldman Sachs nel primo caso) o dagli analisti, non esprimono in realtà una politica comune.

Quanto alle grandi organizzazioni internazionali nulla vi è da aggiungere sull’ONU che non sia stato detto mille volte. I grandi problemi della politica internazionale continuano a sfuggire totalmente al suo controllo. Anche sull’UE sono corsi fiumi di parole. La necessità di una nuova partenza è sotto gli occhi di tutti, ma per ora non si vede un credibile percorso. A giudizio di chi scrive, in un mondo dove i maggiori Stati riaffermano con forza i loro interessi nazionali e possono perseguirli con determinazione, la UE, somma incompiuta di nazioni con prospettive geopolitiche diverse, resterà sempre un attore in posizione di svantaggio. Della NATO si parla meno. Essa conserva certo la sua utilità, ma appare priva di una visione strategica. Il suo maggiore azionista, gli Stati Uniti, hanno accantonato le posizioni alquanto liquidatorie di Trump in campagna elettorale, ma non hanno indicato quali progetti abbiano per la NATO.

Infine, quante divisioni ha il Papa, per riprendere la vecchia domanda di Stalin, o meglio quale ruolo possono giocare le religioni nella politica internazionale? Alastair Campbell, lo spin doctor di Tony Blair, disse nel 2003 «We don’t do God» (non ci occupiamo di Dio). Ora Blair dichiara: «Un fatto mi ha colpito con forza crescente: che l’incapacità di comprendere il potere della religione significava l’incapacità di capire il mondo moderno. […] La fede religiosa e le sue modalità di sviluppo potrebbero avere per il 21° secolo la stessa rilevanza dell’ideologia nel 20°. I leader, abbiano o meno una fede religiosa, devono “occuparsi di Dio”» [22]. Le religioni possono esercitare un’influenza attiva, praticare una rassegnazione passiva o essere comunque semplicemente ignorate dai governi. Tutta o quasi l’Europa occidentale vede l’irrilevanza delle tradizionali confessioni protestanti, una crescente, talora rassegnata, impotenza del Cattolicesimo e comunque l’acceso laicismo dei governi nazionali e della UE. I pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno condotto grandi battaglie per la difesa delle “radici cristiane” dell’Europa; ora la Sede Apostolica ha altre priorità. Diverso, come già rilevato, è il panorama in Europa orientale. Negli Stati Uniti cresce lo scontro tra lo spirito dei “Padri Pellegrini” (all’origine della colonizzazione del Nord-America), intriso di religiosità cristiana, e quello dei “Padri Fondatori” (degli Stati Uniti), al massimo genericamente deisti. La vecchia visione dell’America Latina come sub-continente più cattolico è largamente da rivedere. Il Cattolicesimo è ovunque in ritirata e avanzano le “nuove chiese”, protestanti o credenze che mescolano paganesimo e cristianesimo: il Brasile, ad esempio, conta oggi solo il 64,6% di cattolici. Le “nuove chiese” avanzano anche in Africa. In un recente viaggio in un Paese dell’Africa centrale, lungo le strade, in certi tratti, ogni cento metri vedevo un cartello che segnalava la presenza di “chiese” dai nomi più fantasiosi.

Nel 1967 il gesuita Ludwig von Hertling, professore di storia ecclesiastica all’università gregoriana di Roma scriveva: «La Chiesa e l’Islam sono […] le due grandi rivali nella storia religiosa dell’umanità. Nel corso della loro lunga storia, esse si sono mantenute in uno stato di continua frizione, talora aperta e talora latente, nel punto in cui geograficamente si sono incontrate, cioè il Mediterraneo. A una lotta decisiva però non si è ancora arrivati. Vi si giungerà tuttavia in un avvenire più o meno lontano, ed essa deciderà della religione dell’Asia» [23]. Forse va aggiunta l’Africa. È, per usare un’espressione militare, un conflitto asimmetrico, poiché l’Islam è oggi più che mai aggressivo fino all’uso delle armi, mentre la Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, ha un’identità più debole, è ecumenica, dialogante, rifugge dal “proselitismo”. Anche dal punto di vista religioso l’Occidente appare in declino.

Linee di tendenza. Verso un mondo tripolare?

Chi spera che la Presidenza Trump possa essere una parentesi resterà probabilmente deluso. L’attuale presidente americano rappresenta anche l’esito di un mutamento profondo degli Stati Uniti, destinato a prolungarsi dopo la fine del suo (suoi) mandato/i. La globalizzazione, che attraverso l’economia voleva anche imporre valori universali anti-tradizionali, per una eterogenesi dei fini peraltro del tutto razionale, ha rimesso in cammino la storia, risvegliato la politica e le identità. L’ordine internazionale liberale si indebolisce e ritorna la classica politica di potenza. Politica interna e politica estera interagiscono; il progresso della democrazia segna il passo [24] e il rifiuto di una certa modernità si accompagna alla diffidenza verso le politiche internazionali accusate di imporla. Si va forse verso un mondo tripolare, con gli stessi attori degli anni ’70 e ’80 del XX secolo, ma con Stati Uniti più deboli e Pechino, non Mosca, come altro attore predominante. Mosca e Pechino hanno una strategia, Washington naviga a vista, o almeno così pare. In conclusione, un’opinione ottimista. Spesso si accenna ai rischi che scoppi una guerra; in particolare si è scritto che l’Estremo Oriente sarebbe come l’Europa alla vigilia del 1914: un incidente tipo Sarajevo potrebbe scatenare un conflitto generale. A chi scrive pare una valutazione che non tiene conto delle “forze profonde” etico-politiche e culturali. Nel 1914 la guerra faceva parte della cultura politica, accettata come un fatto naturale e persino desiderabile. Oggi si pensa diversamente; certo l’Estremo Oriente, e in parte gli Stati Uniti, non sposano il pacifismo assoluto della stragrande maggioranza dei Paesi europei, ma «la concezione clausewitziana della dipendenza della grammatica militare dalla logica politica e della violenza dei mezzi dalla razionalità dei fini» [25], estranea ai terroristi islamici, non è ignota agli Stati che agiscono in quell’area. Si spera nemmeno a Kim Jong-un.

[1] Pensieri e Ricordi di Ottone Principe di Bismarck, Torino 1898, vol. II, pp. 245-46. Federico Guglielmo I, Re di Prussia, nel 1734 scrisse ancor di peggio: «Oggi nessun trattato viene più rispettato; appena se ne conclude uno, si pensa subito ai mezzi da mettere in atto per infrangerlo» (cit. in J. P. Bled, Maria Teresa d'Austria, Bologna 2003, p. 48).
[2] A. J. P. Taylor, L'Europa delle Grandi Potenze. Da Metternich a Lenin, Bari 1971, p. 13.
[3] G. Cucchi, Globalizzazione ed insicurezza, in Nomos & Khaos. Rapporto Nomisma 2005 sulle prospettive economico-strategiche, a cura dell'Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza di Nomisma, p. 15. Sul concetto di "guerra costituente" cfr. L. Bonanate-F. Armao-F. Tuccari, Le relazioni internazionali. Cinque secoli di storia: 1521-1989, Milano 1997, i quali citano studi che ipotizzano lo scoppio di una prossima guerra mondiale «verso gli anni venti del XXI secolo» (pp. 12-13, 17-18). Naturalmente tali "previsioni" per fortuna vanno prese con molta cautela.
[4] R. Albrecht-Carrié, Storia diplomatica dell'Europa dal congresso di Vienna ad oggi, Bologna 1970, cap. XI; J.-B. Duroselle, L'età contemporanea, parte prima, Le due guerre mondiali (1914-1945), Torino 1969, cap. XIII.
[5] Però Pierre Lellouche scriveva un volume significativamente intitolato Il nuovo mondo. Dall'ordine di Yalta al disordine delle nazioni (Bologna 1994), ove a p. 50 si legge: «la grande rivoluzione del 1989, ben lontana dall'essere il segno della vittoria su scala mondiale del modello europeo, sta invece a indicare [...] la fine [...] dei grandi modelli ideologici e strategici europei che hanno dato la loro impronta a questo secolo: il comunismo, senz'altro, e forse la democrazia di tipo europeo. In poche parole: siamo dinanzi al crepuscolo dell'uomo bianco».
[6] Si veda M. de Leonardis, Mito e realtà delle «guerre umanitarie». Da Cuba (1898) alla Libia (2011), in Rivista Marittima, novembre 2015, pp. 10-15.
[7] F. Fukuyama, La fine della Storia e l'ultimo uomo, Milano 1992.
[8] O. Barié, Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali, Bologna 2013, p. 229 e 85, seguendo Eric Hobsbawn.
[9] S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, New York 1996.
[10] F. Zakaria, The Post-American World. And the Rise of the Rest, Londra 2011.
[11] Barié, op. cit., pp. 231 e 219.
[12] Maurice Allais in Le Figaro, 6-2-92. Volendo risalire ancora più indietro, nel 1968 un illustre politico conservatore britannico, Enoch Powell, denunciò per primo i pericoli dell'immigrazione indiscriminata di extra-europei; suscitò scandalo e bruciò la sua brillante carriera, ma trent'anni dopo Edward Heath, che lo aveva silurato, ammise che le sue osservazioni non erano state «prive di preveggenza».
[13] La crescita dell'indipendentismo catalano, pur con i gravi errori di lungo periodo commessi dai governi di Madrid, sarebbe impensabile senza l'esistenza della UE. Che Bruxelles non riconosca la "indipendenza" della Catalogna è il minimo, ma non cancella le responsabilità storiche.
[14] Citazioni dal discorso in L. Levi-U. Morelli, L'unificazione europea: cinquant'anni di storia, Torino 1994, p. 317.
[15] E. Morin, Pensare l'Europa, Milano 1989, p. 151.
[16] U. Eco, Quando l'Europa diventerà afro-europea, in L'Espresso, 1-4-90, p. 194.
[17] Responsabile con le sue aperture all'immigrazione di una «follia storica» (Immigrazione. Pipes: la follia storica della Merkel, http://www.analisidifesa.it/2017/09/immigrazione-pipes-la-follia-storica-della-merkel/).
[18] Ivan Krastev on Migration, http://www.robertboschacademy.de/content/language1/html/54899.asp.
[19] M. de Leonardis, Effetto Donald Trump. Una politica estera ancora tutta da costruire, in Rivista Marittima, giugno 2017, pp. 12-20.
[20] Sperry è un commentatore politico conservatore che in passato ha attaccato duramente anche George W. Bush e Barack Obama.
[21] A. Coppola, Shinzo Abe e il ritorno della primavera all'alba del Giappone, Charta minuta, http://chartaminuta.farefuturofondazione.it/shinzo-abe-ritorno-della-primavera-allalba-del-giappone/.
[22] https://www.theguardian.com/politics/2009/mar/19/tony-blair-god.
[23] L. Hertling, Storia della Chiesa, Roma, 1967, p. 186.
[24] D. Taino, I numeri sul declino della democrazia, in Corriere della Sera, 19-10-2017, p. 29.
[25] C. Jean, La rivoluzione geopolitica del dopo guerra fredda, in Affari Esteri, inverno 1997, p. 128.

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