Presentazione X Convegno NATO

Massimo de Leonardis

Signore e signori, colleghi e studenti,

Continuiamo oggi il lungo percorso di studi sulla storia e sull'attualità dell'Alleanza Atlantica iniziato dal Dipartimento di Scienze Politiche fin dalla sua fondazione nel 1983. Oltre a varie altre attività, questo è il nostro decimo convegno annuale. Questi convegni sono stati possibili grazie al costante sostegno della Facoltà di Scienze Politiche, oggi Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, e della Divisione di Public Diplomacy della NATO.

Altre importanti istituzioni che hanno patrocinato questi eventi sono l'Atlantic Treaty Association, il Comitato Atlantico Italiano, entrambi presieduti da Fabrizio Luciolli, e la International Commission of Military History. Anche le Forze Armate italiane hanno sempre dimostrato il loro apprezzamento, e quest'anno, come spesso in passato, abbiamo l'onore di avere il patrocinio del NATO Rapid Deployment Corps-Italy e del Comando Militare Esercito Lombardia, rappresentati qui dai loro Comandanti, il Gen. CA Roberto Perretti e il Gen. B. Michele Cittadella.

Gianfranco Miglio, Preside per un trentennio della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Cattolica e Docente per sette anni anche di Storia dei trattati e politica internazionale, osservava che la storia è il laboratorio privilegiato della ricerca politologica. Il Dipartimento di Scienze Politiche da me diretto ormai da 12 anni ha continuato la tradizione della «scuola storica di analisi delle relazioni internazionali» inaugurata dal mio predecessore Prof. Ottavio Barié. Negli scienziati della politica e cultori di studi strategici afferenti al Dipartimento la profondità storica dell'analisi è comunque presente. Parallelamente anche gli storici non rifuggono dall'uso di categorie politologiche. Si attua quindi non un'ibrida interdisciplinarietà, che talvolta si riscontra in opere di geopolitica ove si piega l'analisi storica al servizio di una tesi, ma un fecondo approccio multidisciplinare.

Sulla base di questa impostazione scientifica e avendo per vari motivi questo convegno il carattere conclusivo di un ciclo, è parso opportuno partire da una riflessione di lungo periodo sulla storia dell'Alleanza Atlantica. Essa ha vissuto diverse fasi, nelle quali, fermo sempre restando il core business dell'art. 5 del Trattato, compiti diversi sono stati in primo piano.

Tra la fondazione il 4 aprile 1949 e lo scoppio della guerra di Corea l'Alleanza Atlantica fu molto più un patto di garanzia politica, basato sul concetto di deterrenza, che un'alleanza militare integrata. Si riteneva, infatti, che l'U.R.S.S., pur avendone la capacità, non avesse l'intenzione di aggredire l'Europa occidentale e che la sola garanzia dell'intervento degli Stati Uniti (detentori del monopolio dell'arma atomica fino all'estate 1949) avrebbe dissuaso Mosca dall'attaccare. Lo scoppio nel giugno 1950 della guerra di Corea, considerata una possibile prova generale di un attacco sovietico in Europa, indusse a trasformare l'Alleanza. Furono creati i Comandi Militari integrati, gli Stati Uniti aumentarono le loro truppe in Europa, fu affrontato il problema del riarmo della Germania Occidentale, nacquero la figura del Segretario Generale ed il Consiglio Atlantico permanente. Entro la primavera del 1952 era sorta la NATO vera e propria. Alla pura deterrenza era subentrata una reale difesa, che vide succedersi due strategie, la "rappresaglia massiccia e immediata" di tipo nucleare dal 1957 al 1967, e la "risposta flessibile e controllata" dal 1967 alla fine della Guerra Fredda. Il "fuori area" rimase off limits. Il fronte sud acquisì maggiore importanza a partire dalla metà degli anni '60, con la comparsa della flotta russa nel Mediterraneo, ma fu sempre secondario. Non è un caso che su 12 Segretari Generali della NATO solo due, un italiano e uno spagnolo, siano provenuti da Paesi del fronte meridionale.

Durante tutta la Guerra fredda, la NATO non sparò un colpo: rimase vigilant and prepared. La fase successiva alla Guerra fredda, scandita dai Concetti strategici del 1991, 1999 e 2010, vide invece la NATO entrare in azione in Bosnia Erzegovina, Kosovo, Afghanistan, Iraq e Libia, per ricordare solo le operazioni più significative. L'enfasi era sulla NATO deployed out-of-area, sulle missioni ex art. 4. Ovviamente il tradizionale compito della difesa del territorio degli Stati membri ex art. 5 restava, ma passava di fatto in secondo piano.

Già prima dell'esplodere della crisi Ucraina era però evidente che la fase delle operazioni militari ad alta intensità si stava esaurendo per vari motivi. In primis la decisione della presidenza Obama di porre fine all'impegno non solo in Iraq, ma anche in Afghanistan, la maggiore operazione nella storia della NATO. Vi erano poi i risultati non esaltanti delle missioni, le diverse priorità strategiche tra gli alleati, la crisi economica che incide sui bilanci militari. La crisi dei rapporti con la Russia è stata l'evento decisivo per la rinnovata attenzione al continente europeo. Tuttavia non si poteva certo ignorare il riaccendersi della minaccia del terrorismo alle porte dell'Europa, con le possibili ripercussioni sul territorio stesso del Vecchio Continente. Se il vertice di Newport del 2014 fu totalmente concentrato sulla sfida russa, il successivo vertice di Varsavia del 2016 ha prestato attenzione anche alla minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamica.

Oggi il compito principale della NATO sembra essere di nuovo quello dei primi anni: la deterrenza. Scoraggiare una possibile minaccia russa, senza però mettere in piedi una reale difesa dei Paesi che si sentono potenzialmente minacciati da Mosca, anche in nuove forme: la hybrid warfare e i cyber attacks.

Siamo naturalmente in attesa di come si svilupperà la politica estera americana. A pochi mesi dall'insediamento, la politica estera di Trump è molto in fieri, con enunciati ancora tutti da concretizzare e i ruoli ancora da definire degli attori istituzionali all'interno della sua amministrazione. Il desiderio di un rapporto costruttivo con la Russia, sfuggito completamente a Obama, e dichiarazioni alquanto sprezzanti verso la NATO sono stati poi fortemente ridimensionati sotto la pressione dell'establishment diplomatico e militare e delle ali più ortodosse (il Sen. John McCain, ad esempio) e più conservatrici del partito repubblicano, che perpetuano contro la Russia l'antica ostilità contro l'URSS. I problemi posti da Trump sono però tutti sul tappeto, a cominciare dall'annosa questione del burden sharing, un vecchio e irrisolto problema, sollevato in maniera più o meno forte a seconda delle esigenze del momento da tutti i Presidenti americani del secondo dopoguerra. La scarsa fiducia o meglio il benign neglect di Washington verso le capacità, in primis militari, dell'UE sono anch'essi una costante di tutti i Presidenti americani post Guerra Fredda. La noncuranza di Trump è semmai poco benigna. Qualche lume verrà forse dallo "Special meeting" dei capi di Stato e di governo in programma a Bruxelles il 25 marzo nella nuova sede della NATO. Mi permetto di segnalare in proposito la pubblicazione del volume Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e discontinuità, appena pubblicato a mia cura, che ha la pretesa di essere non un effimero instant book, ma una lettura non appiattita sull'attualità, poiché collocata in un'ottica di più lungo periodo, secondo l'approccio metodologico che indicavo all'inizio.

Una sessione è dedicata al ruolo dell'Italia, illustrando l'opera delle nostre Forze Armate nella NATO, i compiti di primo piano di Gaetano Martino, uno dei "tre saggi" del 1956, e di Manlio Brosio, Segretario Generale dal 1964 al 1971, nonché la funzione di diplomazia pubblica svolta dal Comitato Atlantico Italiano. Le nostre ambizioni nella NATO trovano oggi a mio giudizio due ostacoli. Figuriamo al 17° posto su 28 Paesi della NATO come percentuale del PIL dedicato al bilancio della Difesa, gravemente inadempienti all'impegno di dedicarvi almeno il 2%; nominalmente siamo all'1,11%, compresi i Carabinieri. Il quadro politico appare poi ben diverso rispetto alla fine della Guerra Fredda, quando solo frange marginali mettevano in discussione la NATO. Oggi partiti accreditati di grande consenso esprimono invece su di essa forti riserve.

Vi ringrazio per l'attenzione; ho parlato in italiano che penso sia certamente comprensibile ai nostri illustri ospiti spagnoli. Ora passiamo all'inglese con il keynote speech di José María López-Navarro, sul tema Deterrence, Defence and Projecting Stability.

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