Incontro in UCSC col Ministro Pinotti

Massimo de Leonardis

Signora Ministro,
rinnovo pubblicamente il benvenuto che le è appena stato rivolto dal Rettore Magnifico. L’Università Cattolica è onorata di essere la sede scelta per questa iniziativa, credo di poter dire anche per la sua consolidata tradizione di studi sulla sicurezza e di collaborazione con gli organismi della Difesa. Saluto i colleghi e gli studenti di questo e di altri Atenei. L’iniziativa di oggi, rivolta agli studenti, segue quella dello scorso giugno al CASD dedicata agli accademici. Oggi quindi lasceremo spazio agli studenti; tuttavia mi è stata chiesta una breve introduzione. L’elaborazione di un Libro Bianco della Difesa era comunque necessaria (l’ultimo in senso formale risale al Ministro Spadolini nel 1985) e la crisi economica, con la conseguente spending review, ne ha solo rafforzata l’urgenza. Un Libro Bianco, a mio giudizio, deve essere un documento tecnicamente ineccepibile, elaborato in primis da esperti militari, ma allo stesso tempo comprensibile anche ad un pubblico di non specialisti, poiché particolarmente in un Paese come il nostro dove la cultura strategica è confinata a cerchie ristrette, il dibattito su tali temi deve essere oltremodo favorito. Lodevole quindi la decisione del Ministro di un’ampia consultazione.

Le linee guida indicano il percorso corretto. Occorre prima identificare gli interessi nazionali e il ruolo dell’Italia nel sistema internazionale per poi definire i compiti e la configurazione delle Forze armate. Farò quindi alcune sintetiche considerazioni al riguardo.

Il supremo interesse nazionale è la sicurezza dei cittadini nel senso più ampio del termine: prima ancora di essere protetti da attacchi esterni essi devono poter conservare e migliorare il loro stile e livello di vita, avere cibo, combustibile per riscaldare le loro case, possibilità di espandere le attività economiche ed i commerci [1]. L’Italia, che dispone della 11a flotta mercantile del mondo e della 3a flotta peschereccia in Europa, è il primo Paese europeo per quantità di merci importate via mare; la sua economia si fonda sulla capacità di importare via mare circa il 90% delle risorse primarie (l’80% del petrolio necessario per il fabbisogno interno) e di riesportarle, lavorate - sempre via mare - ben al di fuori della Regione mediterranea [questo punto è giustamente menzionato al n. 13 delle “linee guida”] [2]. L’occupazione del settore marittimo è in controtendenza e dà lavoro a mezzo milione di persone, direttamente o nell’indotto, generando oltre il 3% del PIL, con un moltiplicatore economico pari a 2,9 volte il capitale investito. Se pensiamo alle minacce, quelle terrestri, finita la Guerra fredda, sono scomparse, mentre le frontiere marittime sono oggi le più esposte.

Ho posto l’accento sulla “marittimità” del nostro Paese, poiché la globalizzazione enfatizza ulteriormente questo elemento, mai pienamente valorizzato nella politica estera e militare dell’Italia unitaria. Direi anche nella politica economica e delle infrastrutture. In proposito è stato recentemente ricordato che la legge navale del 1975 non comportò «una spesa di 1000 miliardi [ovviamente di lire, n.d.a.] ma […] un investimento […] grazie al quale la cantieristica italiana e un insieme di centinaia di medie e piccole industrie, di cui molte situate nel Mezzogiorno, si sono potute sollevare dalla peggiore crisi del dopoguerra, favorendo trent’anni continuativi di occupazione e benessere».

Le “Linee guida” rivendicano non solo una presenza attiva dell’Italia «capace e […] desiderosa di esercitare un ruolo di rilievo a livello internazionale» (n. 11), ma precisano altresì che i nostri «interessi nazionali […] non sono confinati all’interno dell’Europa». La nota classificazione dell’Italia come «media potenza», va dunque precisata. Il libro bianco francese del 2013 Défence et securité nationale proclama che la Francia deve essere «une puissance européenne au rayonnement global»; per noi “globale” potrebbe sembrare eccessivo, ma a ben vedere non lo è.

Un ultimo punto. Le alleanze. La convergenza dei nostri interessi con quelli degli alleati NATO ed UE non è più scontata (si vedano i casi della Libia e dell’atteggiamento verso la Russia), e uno strumento militare sia pure ridotto nei numeri ma ben bilanciato è necessario sia per avere una voce credibile nei contesti multilaterali sia per non compromettere qualunque possibilità di azione autonoma in situazioni di emergenza di fronte a rischi e minacce maggiormente avvertiti dall’opinione pubblica italiana rispetto a quanto avvenga in altri Paesi. Il par. 30 delle “Linee Guida” ricorda che «tradizionalmente, il Paese ha realizzato in passato «uno strumento militare bilanciato, caratterizzato da una pluralità di capacità di particolare pregio». Rinunciare a questa caratteristica sarebbe una scommessa rischiosa. Altrettanto rischioso sarebbe avere una politica estera ambiziosa senza disporre di uno strumento militare adeguato in tutte le sue componenti.


[1] Nel 1914, il Presidente del Consiglio SALANDRA disse che le nostre scelte erano condizionate da: “l’estensione delle nostre coste indifese e delle nostre grandi città esposte; il bisogno assoluto di rifornimenti per via di mare di cose essenziali alla economia nazionale e alla vita stessa, grano e carbone soprattutto” (A. SALANDRA. La Neutralità italiana. Ed. Mondadori, 1928, pagine 92-93).

[2] Quasi il 45% dell’import/export nazionale avviene con il continente asiatico, seguono Europa e America con rispettivamente il 19,2% e il 19%, l’Africa con il 14 % ed infine l’Oceania con il 2,8%; il traffico con la Cina, in particolare, supera i 30 miliardi di euro ed è ascrivibile per ben il 78% ai flussi in entrata nel nostro Paese, mentre gli Stati Uniti sono destinatari di un traffico complessivo di provenienza italiana di 20 miliardi di euro, pari a circa il 70% del totale.

Intervento in occasione dell'incontro riservato in Università Cattolica del 17 novembre 2014 cui ha presenziato il Ministro della Difesa, Sen. Roberta Pinotti.

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