Le operazioni interforze e multinazionali nella storia militare

Massimo de Leonardis*

Lo scorso settembre, qui a Torino, si è svolto, con la partecipazione di quasi 200 delegati da circa 40 Paesi, il XXXIX Congresso della International Commission of Military History sul tema Joint and Combined Operations in the History of Warfare ed il ricevimento inaugurale si svolse proprio in queste sale. Questa sera non farò certo una sintesi di tre giorni di lavori, che hanno spaziato dall’antichità greca e romana al mondo post-bipolare, bensì un’introduzione generale al tema.

Molte delle espressioni utilizzate oggi nel linguaggio strategico-militare descrivono situazioni sempre esistite nella storia delle guerre. È il caso appunto delle joint and combined operations (operazioni interforze e multinazionali), delle asymmetric wars, delle coalitions of the willing, così chiamate per distinguerle dalle operazioni promosse dalle organizzazioni internazionali, ma che altro non sono che le tradizionali alleanze.

DSC 0171

In realtà, oggi la guerra stessa non è quasi mai più chiamata con il suo vero nome; si preferisce parlare di operazioni di mantenimento o ristabilimento della pace, di interventi militari, di ingerenze umanitarie, e così via. Si confonde l’obiettivo, la pace e la stabilità, con i mezzi per conseguirlo, che non necessariamente sono pacifici.

C’è una langue de bois buonista che impedisce di chiamare le cose con il proprio nome. Anni fa fui invitato all’inaugurazione dell’anno accademico di un istituto di formazione degli ufficiali. L’accademico al quale era stata affidata la prolusione si premurò di affermare che quella non era una Scuola di guerra, dove si insegnava ad uccidere, bensì una Scuola ove si educava alla democrazia e alla pace. Scrissi poi al Comandante della Scuola di suggerire agli Stati Maggiori di mandare oltremare in missione il noto accademico visto che ai suoi ufficiali non si poteva insegnare a fare la guerra, nella quale talvolta è necessario uccidere per non essere uccisi.

La maggior parte delle guerre della storia sono state combattute (da una o da entrambe le parti) da coalizioni. Nella sesta coalizione antifrancese (1812-14) si ebbero perfino corpi d’armata nazionali riuniti in armate multinazionali; ne parla nel libro VIII del trattato della guerra von Clausewitz, che combatté in tale coalizione, prima nell’Esercito russo poi in quello prussiano.

Eserciti, flotte navali e flotte aeree

Da sempre, eserciti e marine hanno collaborato. Nella maggior parte dei casi le flotte si limitavano a trasportare gli eserciti, ma non mancano esempi di strategie o azioni coordinate tra le due Forze Armate. Ad esempio, nella seconda guerra persiana (480-479 a. C.) le operazioni dell’esercito greco furono coordinate con quelle della flotta; l’eroica sconfitta terrestre alle Termopili fu riscattata dalla vittoria navale di Salamina, premessa utile alle successive vittorie terrestri greche a Platea e Micale, dove i marinai, sbarcati dalle navi, combatterono a fianco degli opliti.

Anche gli imperi eminentemente terrestri, ad un certo stadio di sviluppo, si dotarono di capacità marittime per compiere un salto di qualità che consentisse di accrescere la loro potenza, di fronteggiare il nemico e ampliare le loro conquiste. Durante la prima guerra punica, Roma costruì la sua prima grande flotta, fondamentale per la vittoria; i cartaginesi attuarono operazioni coordinate tra esercito e marina.

Nell’ultimo decennio del XX secolo l’Imperatore tedesco Guglielmo II volle costruire una grande marina; l’Ammiraglio von Tirpitz, che ne fu l’artefice, previde giustamente che se la marina imperiale tedesca fosse stata abbastanza forte da provocare la Gran Bretagna, ma non da sfidarla con successo, tale scelta si sarebbe rivelata un tragico errore.

L’Unione Sovietica non si accontentò di raggiungere la parità missilistica con gli Stati Uniti, ma, sotto l’impulso dell’Ammiraglio Sergey Gorshkov, comandante dal 1956 al 1985 della Marina sovietica, mirò anche a ridurre la superiorità navale degli Stati Uniti, nella consapevolezza che senza una forte componente navale l’URSS non poteva essere una vera superpotenza e che, come egli ripeté più volte, la Marina era un mezzo particolarmente efficace per promuovere gli interessi del Paese in campo internazionale. Nell’edizione dell’opera principale di Mahan, pubblicata dall’Ufficio Storico della Marina Militare, vi è un’interessante e significativa mappa che reca questa didascalia: «Basi portuali e ancoraggi sovietici al tempo dell’Ammiraglio Gorshkov lungo le stesse direttrici delle vecchie basi inglesi».

Il passaggio stesso da una dimensione puramente europea ad una mondiale delle relazioni internazionali fu segnato dalla lotta tra i galeoni spagnoli e le navi da corsa inglesi che combatterono una battaglia dell’Atlantico, una guerra dei convogli, nella quale i legni della Regina Elisabetta I svolgevano il ruolo che quattro secoli dopo gli U-boote e le corazzate tascabili tedesche avrebbero svolto contro una flotta britannica (e statunitense) che aveva assunto il ruolo di quella spagnola, anche se dal continente americano non si trasportava più oro ma armi, munizioni e derrate alimentari.

Come è noto, diverse teorie geopolitiche, a cominciare da Halford Mackinder, hanno cercato di interpretare la storia come un continuo conflitto tra potenze continentali e potenze marittime. Alla transizione dall’età moderna a quella contemporanea si vide la lotta tra un impero marittimo, quello britannico, ed un impero eminentemente continentale, quello francese, che pagò ad Aboukir ed a Trafalgar i danni inferti dalla rivoluzione alla marina, che aveva trovato proprio nell’ultimo Re, Luigi XVI, un sovrano fortemente interessato al suo sviluppo, convinto della lezione di Colbert che «on ne peut, sans la marine, ni soutenir la guerre ni profiter de la paix».

Nel corso della storia moderna, tradizionalmente la Gran Bretagna contribuì alle coalizioni delle quali faceva parte soprattutto con la flotta ed il sostegno finanziario, ma fu anche il Paese che sviluppò meglio il coordinamento tra operazioni terrestri e navali.

L’avvento dell’aviazione aggiunse un nuovo elemento alla collaborazione interforze. Un’aeronautica come Forza Armata indipendente nacque in tempi diversi nei vari Paesi. L’Italia fu uno dei primi nel marzo 1923. Curiosamente, nacque solo nel 1947 negli Stati Uniti, lo Stato che più ha puntato sull’arma aerea. Anche dopo la nascita dell’Aeronautica come Forza Armata indipendente, in molti Paesi le Marine Militari hanno conservato un’autonoma forza aerea e in alcuni anche l’Esercito mantiene un’aviazione leggera. Qui l’Italia è invece arrivata tardi. Solo con la legge n. 36 dell’1 febbraio 1989 la Marina Militare ha potuto avere la sua aviazione navale e la sua unità porta-aeromobili, dopo aver perso o mai ottenuto tali capacità negli anni ’30. Nel 1953 era avvenuto l’episodio clamoroso di due Curtiss SB2C-5 Helldiver con coccarde italiane ed insegne della Marina Militare, decollati dalla portaerei americana Midway e pilotati da due ufficiali di Marina, addestrati al volo nella base americana di Pensacola, che all’atterraggio all’aeroporto di Napoli-Capodichino furono accolti dai Carabinieri, che intendevano arrestare i piloti e sequestrare gli aerei, «sconosciuti» alle autorità aeronautiche italiane.

Sempre in Italia fu particolarmente carente negli anni tra le due guerre mondiali la programmazione e la collaborazione interforze, soprattutto tra Marina e Aeronautica, in assenza di uno Stato Maggiore Generale degno di questo nome. Nel dopoguerra, la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa è stata sottratta al monopolio dell’Esercito solo nel 1972. E solo con la riforma degli anni più recenti è stata dotata di reali poteri di coordinamento.

I dibattiti strategici sul potere aereo hanno visto contrapporsi i teorici della sua supremazia ed indipendenza, come Giulio Douhet in Italia e William Mitchell negli Stati Uniti, e quelli che privilegiavano un’aviazione in stretta cooperazione e interoperabilità con le forze terrestri e navali, come l’italiano Amedeo Mecozzi. Un altro italiano, Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica dal 1939 al 1941, Francesco Pricolo, sintetizzò in maniera un po’ brutale (allora non c’era la ‘lingua di legno’ alla quale mi riferivo prima) il ruolo delle tre Forze Armate: «L’arma efficace della flotta aerea è il terrore, invece quella della marina può essere la fame, quella dell’Esercito la effettiva occupazione del territorio».

Le Forze Armate strumento della politica internazionale

Uno dei maestri della storia militare, invero della storia tout court, l’inglese Sir Michael Howard, scriveva cinquant’anni fa: «In verità non è facile comprendere come i rapporti internazionali potrebbero svolgersi e l’ordine internazionale essere mantenuto in totale assenza del potere militare». La diplomazia, scrive a sua volta Hans J. Morgenthau, «dispone di tre strumenti: la persuasione, il compromesso e la minaccia dell’uso della forza». Lord Palmerston pronunciò nel 1844 alla Camera dei Comuni queste parole: «L’influenza all’estero si mantiene solamente mettendo in opera uno o l’altro di due principii: speranza e paura [...] I paesi potenti devono essere indotti a temere che incontreranno l’opposizione dell’Inghilterra a qualunque atto ingiusto o verso noi stessi o verso coloro che a noi sono legati da vincoli di amicizia».

DSC 0147

Le Forze Armate servono a combattere le guerre, ma anche come strumento di pressione per evitarne lo scoppio, attraverso la dissuasione, la deterrenza o l’uso minimo della forza. Riguardo al primo compito, combattere le guerre, gli strateghi seguaci del «metodo realista», enfatizzano l’importanza del progresso tecnologico e sottovalutano i fattori storici ed etico-politici, ricercando la silver bullet che offra la «soluzione finale» delle guerre. Tuttavia la superiorità tecnologica non può essere risolutiva nelle guerre irregolari (Vietnam, Iraq, Afghanistan). «Il potere aereo può devastare, punire e distruggere, ma non può dominare, mantenere e controllare aree terrestri o di superficie. Può ritardare, molestare e intralciare le comunicazioni di superficie, ma non può tagliarle completamente agendo da solo», come si resero conto gli americani riguardo al “sentiero di Ho Chi Minh” durante la guerra del Vietnam.

Inoltre «non esistono soluzioni militari ad un conflitto etnico o ad una guerra civile. La forza può solo creare i presupposti che rendano possibile una soluzione politica. Può poi fare talune cose, ma non altre. Può ad esempio separare due etnie [...] ma non può obbligarle a vivere insieme». Un tempo le guerre miravano solo a sconfiggere l’avversario e il vincitore non si preoccupava della gestione politica e della ricostruzione del Paese vinto. Nelle ultime guerre «gli obiettivi politici da perseguire – cambio di regime, risoluzione dei conflitti, stabilizzazione, democratizzazione, pacificazione, ecc. – non sono conseguibili con una vittoria militare».

Passando al secondo compito delle Forze Armate, strumento di pressione al servizio della politica estera, si è dibattuta la questione se il potere aereo abbia sostituito il potere marittimo come sostegno privilegiato della diplomazia. La Marina è sempre stata tradizionalmente considerata la Forza Armata più “diplomatica”, quella maggiormente in grado di essere strumento flessibile della politica estera; non a caso è nata l’espressione «diplomazia delle cannoniere». Secondo i suoi sostenitori, ad essa «non vi sono altri succedanei di appoggio militare, né aerei, né terrestri, perché il loro impiego condurrebbe sempre alla violazione delle regole internazionali sulla sovranità degli spazi, a un manifesto gesto di ostilità e, quindi, al peggioramento di crisi e tensioni».

Altri hanno però sostenuto che il potere aereo ha largamente sostituito il potere marittimo come strumento della politica estera, in particolare «della deterrenza e della compellenza, quindi della “diplomazia coercitiva”», e che «la politica “dei cacciabombardieri” [...] ha parzialmente sostituito quella “delle cannoniere”». Naturalmente però una seria politica militare impone più che mai di ragionare in termini interforze ed il conseguimento di obiettivi politico-diplomatici richiede quasi sempre un controllo del territorio che può essere garantito solo da truppe di terra. Un’esigenza già riconosciuta proprio da un teorico del potere marittimo, Sir Julian Corbett: «Uno stato marittimo, per condurre con successo una guerra e per attuare la particolarità della sua forza, deve concepire ed usare la marina e l’esercito come strumenti fra loro intimamente legati, così come lo sono le tre armi di terra [fanteria, cavalleria ed artiglieria] [...] Poiché l’uomo vive sulla terra e non sul mare, i grandi scontri tra nazioni in guerra sono sempre stati decisi − eccetto rarissimi casi − o da ciò che l’esercito può fare contro il territorio e la vita della nazione nemica, oppure dal timore di ciò che la flotta può consentire all’esercito di fare».

I vantaggi del potere aereo sono «la rapidità d’intervento, l’ampio raggio d’azione, […], la “verticalità”, che svincola gli attacchi aerei dai condizionamenti morfologici del terreno, la possibilità di graduazione della violenza a seconda delle esigenze della politica e delle reazioni dell’avversario, la sottrazione degli attacchi aerei all’influenza pervasiva dei media prima che siano effettuati […] gli aerei garantiscono una potenza virtuale, senza schieramento di forze sul terreno o nei mari viciniori al teatro di operazioni». Lo stesso autore appena citato rileva comunque che «la superiorità marittima, grazie alla sua ubiquità, mobilità, flessibilità e ora grazie anche alla capacità di colpire in profondità obiettivi terrestri con aerei, missili cruise imbarcati e azioni anfibie, costituisce indubbiamente uno strumento assai rilevante della diplomazia della violenza per interventi chirurgici su scala planetaria. In tale ruolo le forze navali hanno caratteristiche competitive rispetto a quelle aeree». Una flotta navigante in acque internazionali può consentire ad esempio all’aviazione imbarcata di colpire i propri obiettivi senza dover ricorrere a basi in territori stranieri amici e senza richiedere ad altri Stati l’uso del loro spazio aereo.

Potere aereo e potere marittimo avranno sempre i loro sostenitori, convinti della maggiore importanza dell’uno o dell’altro; come si è poi rilevato, interventi militari per promuovere stabili soluzioni politiche richiedono solitamente l’uso di truppe di terra. «Si può volare per anni sopra un territorio, si può bombardarlo, polverizzarlo e renderlo del tutto privo di vita: ma se si vuole difenderlo, proteggerlo, tenerlo, si deve farlo sul terreno, così come facevano le legioni romane: mettendo i propri giovani nel fango».

La situazione attuale

L’uso della forza militare richiede quindi da sempre un’ottica joint (interforze); oggi più che mai necessita anche di un approccio combined (multinazionale). Nemmeno la superpotenza americana ha più le risorse materiali e soprattutto etico-politiche per interventi solitari. L’indispensabile (o quanto meno utile) sostegno alle operazioni militari da parte dell’opinione pubblica interna ed estera è favorito dall’esistenza di una legittimazione dell’intervento che è tanto più forte se proviene da un’organizzazione internazionale. L’optimum è ritenuto il mandato dell’ONU; nel caso dell’intervento in Kosovo si ritenne sufficiente la decisione della NATO, mentre la guerra all’Iraq del 2003 fu impopolare anche perché sostenuta solo da una coalition of the willing.

Considerando gli obiettivi dei conflitti della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI, il regime change o lo state building, alle considerazioni già fatte sulla necessità di un approccio militare interforze va aggiunto che è più che mai necessario uno stretto coordinamento con la politica e la diplomazia. La stabilizzazione post-conflitto richiede poi la collaborazione civile-militare (CIMIC).

Le organizzazioni di difesa collettiva come la NATO garantiscono meglio la soluzione di alcuni classici problemi che hanno sempre travagliato le coalizioni, come la scelta del comandante e la struttura di comando, l’interoperabilità, il ruolo delle diverse forze nazionali, gli interessi comuni, la permanenza della solidarietà tra gli alleati anche dopo la fine della guerra. I comandi supremi ed i comandi integrati di teatro della NATO svilupparono il modello di una delle alleanze più integrate della storia, quella tra Regno Unito e Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, il cui vertice militare erano i Combined Chiefs of Staff, mentre in ogni teatro vi era un comando supremo multinazionale ed interforze. Il comandante dell’Operazione Overlord, il Generale Dwight Eisenhower fu poi il primo comandante supremo alleato della NATO in Europa, SHAEF (Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force), che fu l’antesignano di SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe).

L’ottica multinazionale è oggi imposta ai Paesi europei anche dalla crisi economica. Sia la NATO sia l’Unione Europea cercano di varare modelli di collaborazione che evitino gli sprechi. Attualmente la NATO e l’UE contano ciascuna 28 membri. 22 Stati appartengono ad entrambe le organizzazioni.

La nuova formula della NATO è ora la Smart Defence, descritta come «una mutata visione, l’opportunità per una rinnovata cultura di cooperazione nella quale alla collaborazione multinazionale è data una nuova preminenza come opzione effettiva ed efficiente di sviluppare capacità essenziali». La sua filosofia è fare meglio con costi minori, eliminando gli sprechi, favorendo una specializzazione dei ruoli che eviti duplicazioni e realizzando una migliore integrazione. La Smart Defence va vista in parallelo con il pooling and sharing della UE (definito anche fooling and sharing). Il rischio è la perdita da parte di alcuni Stati di una capacità militare, sia pure su scala ridotta, a tutto campo.

L’attuazione di tali progetti dipende come sempre dalla volontà politica. Gli ostacoli sono la crisi economica, l’inconsistenza dell’UE, il disimpegno americano e le visioni strategiche largamente divergenti dei membri di NATO ed UE. Attualmente vi sono circa 150 attività nella cornice della Smart Defence, con vari livelli di maturità; le più avanzate sono progetti (Tier-1), con una Nazione leader e un chiaro obiettivo perseguito da tutti i Paesi partecipanti. La NATO ha un’ampia esperienza di iniziative multinazionali per lo sviluppo delle capacità in vari contesti, come il FORACS, cui partecipano 8 Paesi (tra cui l’Italia) che da 40 anni effettua presso i propri siti test per la verifica e la validazione di sensori e sistemi d’arma; la Strategic Airlift Capability, per l’acquisizione, il supporto e l’impiego operativo di velivoli C-17 per il trasporto aereo strategico; il NATO Submarine Rescue System, sviluppato da Francia, Norvegia e Regno Unito, per il soccorso degli equipaggi di sommergibili in tutto il mondo; lo sviluppo dell’elicottero NH-90

Il documento approvato dal vertice di Bruxelles dell’UE nel dicembre scorso dedica 9 pagine su 25 alla Difesa e qualche progresso va registrato, se non altro a livello di dichiarazioni programmatiche. Ad esempio il documento preparato da Lady Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in vista del vertice contiene una sintetica ma completa formulazione sulla necessità di una capacità militare: «Vi sono tre ragioni a favore della sicurezza e della difesa. La prima è politica, e riguarda la realizzazione delle ambizioni dell’Europa sulla scena mondiale. La seconda è operativa: assicurare che l’Europa abbia le giuste risorse militari per agire. E la terza è economica: qui si tratta di posti di lavoro, innovazione e crescita».

DSC 0149Le prime due affermazioni sono significative di un “ritorno alla realtà” per un organismo come la UE che per lungo tempo è sembrata rifiutarsi di accettare quello militare come parametro di riferimento della sua presenza globale, affidandosi al cosiddetto soft power e facendo proprio il concetto di Europa «potenza civile», risalente agli scritti di François Duchêne dell’inizio degli anni ’70 del secolo XIX. In generale, rispetto ai Concetti Strategici della UE del 2003 e del 2008, il documento abbandona la prevalente visione rosea di un mondo in via di progressiva pacificazione, sottolineando invece le molteplici minacce alla sicurezza. Vi è anche un’altra ammissione storicamente importante, «la pace e la sicurezza dell’Europa è sempre stata un pre-requisito del suo benessere economico», nella quale è da vedere una timida e reticente conferma che il Premio Nobel per la pace assegnato nel 2012 all’UE andava quantomeno condiviso con la NATO. Il processo di integrazione europea non fu infatti la causa della pace in Europa, ma semmai il frutto di una pace che era garantita da altri fattori, tra i quali l’esistenza della NATO.

Lady Ashton conferma che «nello sviluppare le capacità restiamo impegnati ad assicurare il reciproco rafforzamento e la complementarietà, riconoscendo pienamente che gli Stati membri [dell'UE] che sono anche membri della NATO hanno un solo insieme di forze. In questo senso, lo sviluppo delle capacità all’interno dell’Unione servirà anche a rafforzare l’Alleanza».

Alla metà degli anni Novanta l’Italia era in media al quarto posto tra i paesi contributori alle missioni militari dell’ONU; nel 2000 salì al terzo posto. Non è un caso che nel 1994 e nel 2006 venisse eletta rispettivamente per la 5a e 6a volta membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, il Paese europeo con più mandati. Altro fatto assai significativo fu l’elezione di due italiani a presidenti del Comitato Militare della NATO nel giro di pochi anni: l’Amm. Guido Venturoni nel 1999 e l’Amm. Giampaolo Di Paola nel 2008.

Tra il 2000 e il 2005 l’impegno militare italiano raggiunse punte massime, con circa 12 mila uomini schierati fuori dei confini nazionali, specie nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq. A settembre 2012, l’Italia nel complesso aveva partecipato a 132 missioni internazionali in 27 Paesi del mondo, con una media di 20 operazioni l’anno negli anni ’90 ed un picco di 30 nel 1999. Oltre a perseguire specifici obiettivi in determinate regioni o circostanze, tali missioni avevano lo scopo generale di esaltare lo status dell’Italia nei consessi internazionali, NATO, UE, ONU, G8, e nei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti: l’ambasciatore in Italia, Ronald Spogli definì il governo Berlusconi «il nostro più stretto alleato in Europa continentale».

Giustamente in occasione della visita del 25 agosto 2013 al contingente italiano in Afghanistan, l’allora presidente del Consiglio Letta si è rivolto ai militari in missione come rappresentanti della «migliore immagine del nostro Paese nel mondo», ufficializzando una valutazione ormai comune. Ad esempio nel 2007 il noto editorialista del Corriere della Sera, Franco Venturini, rilevava il «dato nuovo e ormai costante della politica estera italiana degli ultimi anni. E cioè il fatto che le Forze Armate sono diventate lo strumento centrale di questa politica».

* Relazione presentata dall'Autore il 20 marzo 2014 alla Scuola di Applicazione dell'Esercito italiano a Torino.

Sei qui: Home Articoli Editoriali Le operazioni interforze e multinazionali nella storia militare

Informativa breve sull'uso di cookie ai sensi del provv. n.229/2014 Garante Privacy. Questo sito web fa uso di cookie di diversa natura, pertanto si invita a cliccare il link "Per saperne di piu" per leggere l'informativa estesa circa i cookie utilizzati.

Cliccando il link "Approvo" questo messaggio sparirà e tale azione corrisponderà all'accettazione della cookie policy di questo sito web. Per saperne di piu'

Approvo

Informativa sull’uso di cookies

INFORMATIVA ESTESA SULL’USO DI COOKIES

AI SENSI DEL PROVV. N.229/2014 AUT. GAR. TUTELA DATI PERSONALI

Questo sito web fa uso di cookies per garantire il corretto funzionamento dello stesso e permettere la completa fruizione dei contenuti di queste pagine.

Definizioni.
I cookie sono piccoli files che il sito ordina al browser di scaricare nel computer del visitatore al fine di consentire la memorizzazione di alcune informazioni da riutilizzare nel corso della visita – cookie di sessione – oppure durante una nuova visita effettuata a distanza di giorni dalla precedente – cookie persistenti.

Tipologie di cookie.
Esistono due tipologie di cookie:

Cookie di terze parti.
Normalmente le tipologie di cookie sopra elencate sono installate direttamente dal server in cui è ospitato il sito web ma sempre più spesso le stesse tipologie di cookie possono essere installati dal sito che si vista per conto di terze parti (come Facebook, Google+, Twitter, ecc.) per le finalità sopra riportate. In tali circostanze, la responsabilità ricade solo ed esclusivamente sul gestore del servizio terzo che produce il cookie.

Il sito web AtlanticoCisalpino.it ha la capacità di scrivere i seguenti cookie:

1) cookie tecnici, come sopra indicato, per garantire il corretto funzionamento della piattaforma WordPress su cui questo sito è costruito;

2) Google Analytics: sebbene si tratti di cookie di terze parti con capacità di profilazione, abbiamo anonimizzato gli indirizzi IP raccolti e abbiamo disattivato le funzioni pubblicitarie del servizio, equiparando così i suoi cookie alla stregua di cookie strettamente tecnici, attraverso i quali non è possibile risalire all’identità e alle preferenze dei visitatori;

Google+