La politica di sicurezza dell'Italia

Introduzione del Prof. Massimo de Leonardis*

Nei pochi minuti a disposizione mi soffermerò sui mutamenti intervenuti dopo la fine della Guerra Fredda nella politica di sicurezza dell’Italia in relazione alla NATO, che di essa resta il pilastro fondamentale. La NATO si è profondamente trasformata ed il cambiamento ha avuto effetti particolarmente rilevanti per il nostro Paese, più che per altri. Non è inutile ricordare l’argomento n. 6 tra quelli favorevoli all’ammissione dell’Italia come membro originario dell’Alleanza sottoposti al Presidente Truman il 2 marzo 1949.

Esso recitava: «È di grande importanza negare al nemico di usare l’Italia come una base per il controllo marittimo e aereo del Mediterraneo centrale, nonché di negare al nemico l’uso del complesso industriale e della manodopera italiana». La formulazione sembrava indicare per l’Italia un ruolo più di teatro strategico, di territorio di cui disporre, che di attore rilevante in un fronte, quello meridionale, per lungo tempo secondario, tanto da essere definito «la Cenerentola della NATO».

La situazione è ora cambiata radicalmente. La NATO continua ad esercitare alla sua frontiera orientale il ruolo di difesa collettiva ex art. 5, ma esso è più che mai di pura deterrenza. Le operazioni degli ultimi vent’anni, il primo scontro a fuoco di forze NATO avvenne proprio nel 1994 nei cieli della Bosnia, sono state tutte ex art. 4, “fuori area”, con la sola eccezione di Active Endeavour, e si sono svolte, compresa quest’ultima, nella regione geostrategica, il «Mediterraneo allargato» di nostro diretto interesse. Ciò ha proiettato l’Italia in prima fila, tanto che alcuni anni fa un noto editorialista di politica estera del Corriere della Sera, rilevava: «il dato nuovo e ormai costante della politica estera italiana degli ultimi anni. E cioè il fatto che le Forze Armate sono diventate lo strumento centrale di questa politica […] e lo sono diventate in un clima di prevalente consenso e non più di generale sospetto/ostilità». Purtroppo in questi anni non sono stati molti altri gli elementi dai quali l’Italia ha tratto prestigio e credibilità in campo internazionale.

Riguardo al consenso, è da rilevare en passant che l’appartenenza alla NATO, gli obblighi da essa derivanti e la partecipazione alle sue missioni sono oggi assai più condivisi di quanto lo fosse durante la Guerra Fredda. Un presidente del consiglio post comunista portò il Paese all’intervento in Kosovo; il governo più a sinistra della nostra storia, il Prodi II, non si ritirò dall’Afghanistan e diede via libera all’ampliamento della base di Vicenza. Sulla Libia in generale la sinistra è stata più interventista della destra inseguendo il mito ambiguo della “guerra umanitaria”. Durante la Guerra Fredda l’atlantismo, o meglio lo stretto legame ricercato con Washington, era il cardine della politica estera ed interna, oggi il “grande fratello” americano è più lontano e suscita meno controversie. Semmai è la politica europea a dividere maggiormente le forze politiche e ad essere elemento chiave per la formazione e la dissoluzione delle maggioranze.   Durante la Guerra Fredda la NATO aveva un solo chiaro nemico, oggi è sempre più un’alleanza a geometria variabile, nella quale gruppi di Paesi membri hanno priorità strategiche diverse. La geografia ci colloca in prima linea e certamente sarebbe opportuno un ampio dibattito sui nostri interessi nazionali e sui mezzi per conseguirli. Solo dai primi anni ’80 del secolo XX sì è ricominciato a discutere in Italia di questi temi a lungo accantonati e più che mai vitali. Cadute le vecchie contrapposizioni ideologiche sono però emerse nuove divisioni, la più importante delle quali è, a mio giudizio, tra realisti (pochi osano dichiararsi tali) e idealisti che s’illudono che la politica internazionale non si basi essenzialmente sugli interessi di potenza. Possiamo veramente credere che la Francia sia voluta intervenire in Libia perché sensibile alle questioni umanitarie poste da Bernard-Henry Levy? È stato un intervento contrario ai nostri interessi nazionali voluto da un Paese che non aveva nemmeno i mezzi militari per portarlo a termine con successo; il nostro debole governo non avendo la forza di opporvisi riuscì solo a limitare i danni, ottenendone l’inserimento nel quadro NATO. Uno dei risultati è stato la massiccia ondata migratoria, alla quale abbiamo reagito con un comprensibile ma generico e ingiustificato grido di “vergogna”? 

In tempo di crisi economica è certamente difficile, quando tutti sono preoccupati del Welfare, ottenere fondi per il Warfare. Nel 2006, i membri della NATO ribadirono l’impegno a spendere per la difesa il 2% del loro PIL. Tuttavia nel 2012 solo quattro Stati su 28 – Estonia, Grecia, Regno Unito e Stati Uniti – hanno mantenuto fede a tale impegno; erano cinque nel 2007, il quinto essendo la Bulgaria. Così gli Stati Uniti, che pure, dopo i grossi aumenti successivi al 2001, stanno ora riducendo il loro bilancio della difesa, finanziano tuttora il 75% delle spese militari della NATO, rispetto al 63% di dodici anni fa. L’Italia spende l’1,7% del suo prodotto interno lordo. Questa spesa si è ridotta di circa il 6% rispetto al 2008 e del 19% rispetto dieci anni fa. Il personale – compresi i carabinieri e i militari in pensione – assorbe tra il 65 e il 75% del bilancio totale. Spendiamo però pur sempre più dell’1,4 della Germania. Qualcuno lo vorrà far presente alla Signora Merkel, invitandola a fare i compiti a casa?

È quindi indispensabile una nuova ristrutturazione del nostro strumento militare. È all’ordine del giorno della NATO la formula della smart defence: in campo militare, come in quello civile, si cerca di fare meglio con meno risorse, soprattutto si vuole favorire una specializzazione dei ruoli evitando duplicazioni. Poi c’è il pooling and sharing della UE, che ha una dimensione internazionale e nazionale. Anche qui c’è molto da fare. Alcuni anni fa un nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa, lasciando l’incarico, dichiarò che tra i suoi rammarichi c’era anche quello di non essere riuscito ad unificare nemmeno le scuole di lingue estere delle Forze Armate. Sono scelte difficili e rischiose per un Paese che ha sempre voluto avere Forze Armate dotate di tutto lo spettro delle capacità, coltivando anche, al tempo della Multilateral Force, qualche ambizione di voce in capitolo nelle questioni nucleari.

Al di là delle soluzioni tecniche proposte da tali iniziative si pone la questione di fondo: quali missioni per i nostri militari? Certo non solo il salvataggio dei migranti o dei terremotati di Haiti, prima missione della portaerei Cavour, cose peraltro lodevolissime e soprattutto popolari. Le Forze Armate sono ovviamente uno strumento al servizio della politica estera, di una visione politico-strategica condivisa. Esistono esse ancora per la NATO? Esisteranno mai per l’UE? Tocca anche all’Italia, molto più che durante la Guerra Fredda, contribuire a dare sostanza e attuazione ai quei documenti che vanno sotto il nome di Concetti Strategici. Washington non decide più per tutti come prima; Berlino impone una linea economica, ma latita in campo militare. L’Italia non può più accontentarsi di essere la portaerei americana nel Mediterraneo.


* Tavola rotonda conclusiva del ciclo di incontri sulla politica estera italiana, organizzata a Roma da Consules e IAI il 12 dicembre 2013

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