Le spese militari in tempi di crisi: la Smart Defence

Presentazione del Prof. Massimo de Leonardis

Il convegno prosegue una tradizione consolidata di studi sulla sicurezza internazionale ed in particolare sull’Alleanza Atlantica, condotti dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Tale tradizione, iniziata fin dagli anni ’80 del secolo XX dal mio predecessore e Maestro, Prof. Ottavio Barié [1], ora Professore Emerito, negli anni più recenti, oltre ad altre iniziative, ha visto l’organizzazione, con il sostegno della Divisione Diplomazia Pubblica della NATO, di diversi convegni anche internazionali.
Di tutti questi convegni sono disponibili, integralmente o limitatamente ad alcuni testi, gli Atti, a stampa o sulla pagina web del Dipartimento [2]. Questo appuntamento annuale è ormai considerato scontato ed è atteso con interesse, tanto che avvicinandosi nel 2013 la primavera, periodo dell’anno accademico nel quale solitamente si tiene il convegno, da varie parti giunsero richieste sul perché non fosse ancora arrivato l’invito.

Il convegno di quest’anno fa il punto sull’annoso problema dei bilanci della Difesa, che è sempre stato centrale nella storia della NATO. Nel 2006, i membri dell’Alleanza ribadirono l’impegno a spendere per la difesa il 2% del loro PIL. Tuttavia nel 2012 solo quattro Stati su 28 – Estonia, Grecia, Regno Unito e Stati Uniti – hanno mantenuto fede a tale impegno; erano cinque nel 2007, il quinto essendo la Bulgaria. Così gli Stati Uniti, che pure, dopo i grossi aumenti successivi al 2001, stanno ora riducendo il loro bilancio della difesa, finanziano tutt’ora il 75% delle spese militari della NATO, rispetto al 63% di dodici anni fa.

In generale, nella storia militare la lamentela dei militari per i bilanci insufficienti in tempo di pace è una costante di tutti i tempi e di tutti i Paesi. Come ogni regola, anch’essa ha avuto le sue eccezioni che la confermano. Ad esempio dall’avvento di Bismarck l’esercito della Prussia e poi dell’Impero tedesco ha avuto poco da lamentarsi; altro caso è quello dell’opinione pubblica britannica, che all’inizio del secolo XX ottenne il potenziamento del programma di costruzione delle nuove navi da battaglia, le dreadnought.

Oggi, con l’abitudine ai giochi di parole in inglese, anche noi parliamo della contrapposizione tra Welfare e Warfare: un tempo si sarebbe detto tra burro e cannoni. Ogni tanto ricorre il facile e demagogico slogan: quanti ospedali avremmo potuto costruire comprando meno F 35, oppure quante scuole rinunciando alla portaerei Cavour? Talvolta si configura una guerra di poveri tra le Forze Armate:  nel 2005 un nostro capo di Stato Maggiore dell’Esercito, lasciando l’incarico, rilasciò un’intervista chiedendo: «Ma a chi dobbiamo fare la guerra? Si spende troppo per questi mezzi costosissimi che al massimo serviranno per un’esibizione o per una crociera».

Soprattutto nell’Italia postbellica le spese militari sono state percepite come improduttive; proprio definendole così, nel 1946 trenta costituenti della sinistra democratica, tra i quali il futuro presidente della repubblica Sandro Pertini, che pure era stato tenente dei mitraglieri nella prima guerra mondiale e partigiano dopo il 1943, presentarono un emendamento affinché le spese militari non potessero superare per nessuna ragione quelle della pubblica istruzione. Nel 1947 la conferenza dei Rettori delle università appoggiò la richiesta del presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche di stornare l’1 o il 2% per la ricerca scientifica dagli «enormi» bilanci militari. «Tutto ciò che si riferiva alla guerra, alle Forze Armate, agli studi militari, – scrive uno storico – veniva considerato in qualche modo opposto e alternativo rispetto alla crescita culturale e alla ricerca scientifica».

Da questo punto di vista sarebbe stato forse interessante sentire qualche esponente dell’industria della difesa. Gli inviti formulati a qualche importante “mercante di morte” (voglio essere anch’io sarcasticamente demagogico) sono però caduti nel vuoto di una disattenzione espressa poco garbatamente. Ne faremo a meno, avendo comunque molti autorevoli relatori.

Il tema che trattiamo è tanto più di attualità nel momento attuale, nel quale da un lato la crisi economica generalizzata dall’altro il relativo disimpegno americano dall’Europa, per la priorità strategica di altre aree geopolitiche, impongono agli Stati europei dell’Alleanza, e quindi alla UE, alla quale appartengono molti di essi, scelte fondamentali. Ecco allora la formula della smart defence: in campo militare, come in quello civile, si cerca di fare meglio con meno risorse, soprattutto si vuole favorire una specializzazione dei ruoli all’interno della NATO evitando duplicazioni. Poi c’è il pooling and sharing della UE, che ha una dimensione internazionale e nazionale. Anche qui c’è molto da fare. Alcuni anni fa un nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa, anch’egli lasciando l’incarico, dichiarò che tra i suo rammarichi c’era quello di non essere riuscito ad unificare nemmeno le scuole di lingue estere delle Forze Armate.

Al di là delle soluzioni tecniche proposte dalle iniziative Smart Defence della NATO e Pooling and Sharing della UE, si pone la questione di fondo che da il titolo alla tavola rotonda: Fondi per  quali missioni? Le Forze Armate sono ovviamente uno strumento al servizio della politica estera, di una visione politico-strategica condivisa. Esistono esse ancora per la NATO? Esisteranno mai per l’UE?

Le motivazioni pratiche per la sopravvivenza della NATO dopo la fine della Guerra Fredda sono molte e convincenti, ma, al di là della retorica ufficiale, sono chiaramente percepibili le difficoltà della relazione transatlantica e soprattutto la leadership confusa ed esitante del Presidente Obama. Ammoniva però recentemente un illustre storico, francese!, che il concetto di un Occidente transatlantico mantiene la sua rilevanza.

L’UE continua a non avere una politica estera, e personalmente dubito potrà mai averla. Come la NATO ha un Paese leader in campo militare, gli Stati Uniti, l’UE ha un Paese leader in campo economico, la Germania. Scriveva però Claudio Magris due mesi fa sul Corriere della Sera che «l’immagine del soldato tedesco creata dalla Seconda guerra mondiale sembra rendere impensabile una partecipazione della Germania ad azioni di guerra intraprese dall’Occidente».

Ho solo accennato, in maniera volutamente un po’ provocatoria, ad alcuni temi di  fondo che verranno trattati dai relatori, che come sempre sono studiosi della politica internazionale e di difesa e personalità che ricoprono, o hanno ricoperto, importanti ruoli operativi in tali campi.

 

[1]  Da segnalare in particolare il corposo volume: O. Barié (a cura di), L’alleanza occidentale. Nascita e sviluppi di un sistema di sicurezza collettivo, il Mulino, Bologna 1988.
[2]  In particolare cfr.: M. de Leonardis (a cura di), La nuova NATO: i membri, le strutture, i compiti, il Mulino, Bologna 2001 e i numeri 1 e 4 di questi Quaderni, con gli atti integrali dei convegni L’evoluzione militare della NATO alla luce del nuovo Concetto Strategico (2011) e La NATO e il “Mediterraneo allargato”: primavera araba, intervento in Libia, Partnerships (2012).

 

Sei qui: Home Articoli Editoriali Le spese militari in tempi di crisi: la Smart Defence

Informativa breve sull'uso di cookie ai sensi del provv. n.229/2014 Garante Privacy. Questo sito web fa uso di cookie di diversa natura, pertanto si invita a cliccare il link "Per saperne di piu" per leggere l'informativa estesa circa i cookie utilizzati.

Cliccando il link "Approvo" questo messaggio sparirà e tale azione corrisponderà all'accettazione della cookie policy di questo sito web. Per saperne di piu'

Approvo

Informativa sull’uso di cookies

INFORMATIVA ESTESA SULL’USO DI COOKIES

AI SENSI DEL PROVV. N.229/2014 AUT. GAR. TUTELA DATI PERSONALI

Questo sito web fa uso di cookies per garantire il corretto funzionamento dello stesso e permettere la completa fruizione dei contenuti di queste pagine.

Definizioni.
I cookie sono piccoli files che il sito ordina al browser di scaricare nel computer del visitatore al fine di consentire la memorizzazione di alcune informazioni da riutilizzare nel corso della visita – cookie di sessione – oppure durante una nuova visita effettuata a distanza di giorni dalla precedente – cookie persistenti.

Tipologie di cookie.
Esistono due tipologie di cookie:

Cookie di terze parti.
Normalmente le tipologie di cookie sopra elencate sono installate direttamente dal server in cui è ospitato il sito web ma sempre più spesso le stesse tipologie di cookie possono essere installati dal sito che si vista per conto di terze parti (come Facebook, Google+, Twitter, ecc.) per le finalità sopra riportate. In tali circostanze, la responsabilità ricade solo ed esclusivamente sul gestore del servizio terzo che produce il cookie.

Il sito web AtlanticoCisalpino.it ha la capacità di scrivere i seguenti cookie:

1) cookie tecnici, come sopra indicato, per garantire il corretto funzionamento della piattaforma WordPress su cui questo sito è costruito;

2) Google Analytics: sebbene si tratti di cookie di terze parti con capacità di profilazione, abbiamo anonimizzato gli indirizzi IP raccolti e abbiamo disattivato le funzioni pubblicitarie del servizio, equiparando così i suoi cookie alla stregua di cookie strettamente tecnici, attraverso i quali non è possibile risalire all’identità e alle preferenze dei visitatori;

Google+