Recensione a: "Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento"

Simone Zuccarelli


L'elezione di Donald Trump ha suscitato allarmismo diffuso a livello globale. La preoccupazione per una completa inversione di rotta della politica estera americana – alimentata indubbiamente dall'ambiguo comportamento del tycoon nel merito – ha raggiunto, in alcuni casi, picchi di isteria assai lontani dalla lucidità che ci si attende da un'analisi ragionata delle vicende politiche. Ove l'eccesso non c'è stato, comunque, la nuova presidenza è stata sovente bollata come portatrice di una rottura marcata rispetto all'era Obama.
Tale convinzione, però, si mostra decisamente eccessiva quando esposta a un'analisi più oggettiva e distaccata. La Presidenza Trump, infatti, difficilmente rappresenterà una cesura così netta rispetto alla secolare linea entro il quale si muove la politica estera statunitense. «Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento», edito da EDUCatt, date le premesse di partenza, risulta un'opera estremamente rilevante per provare a riportare equilibrio nel dibattito in corso sulla portata rivoluzionaria – attuale e futura – della nuova amministrazione americana.

Fin dalla sua impostazione metodologica, infatti, il lavoro indica la volontà di affrontare la tematica unendo la profondità dell'analisi storica con le categorie politologiche al fine di proporre «una lettura non effimera, in quanto non appiattita sull'attualità ma collocata in un'ottica di più lungo periodo, delle possibili trasformazioni dello scenario internazionale introdotte dall'elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti» [1]. L'approccio, dunque, è orientato subito nella giusta direzione e in vista dell'obiettivo di comprendere nel profondo le dinamiche che hanno mosso, muovono e muoveranno il sistema internazionale e, nello specifico, la politica estera americana.

Il primo saggio, a cura di Enrico Fassi, si occupa proprio di collocare la presidenza Trump in un continuum che parte dall'istituzione dell'ordine liberale a guida americana e termina nell'attualità, ossia in un frangente storico nel quale tale ordine, sempre più sfidato da potenze in ascesa o revisioniste (Cina e Russia sopra tutte), fatica a restare saldo. La stessa capacità di leadership americana sembra venire meno in un mondo nel quale il potere fluisce dall'Occidente agli altri attori del sistema. L'elezione e l'impostazione di Trump sono da collocare in questo contesto nel quale gli Stati Uniti devono ricalibrare la loro grand strategy in risposta ai sommovimenti sistemici che non dipendono certo dal nuovo Presidente americano. In sostanza, Trump risulta la conseguenza delle dinamiche globali attuali.

Il contributo successivo, a cura di Gianluca Pastori, getta una fondamentale luce storica su una delle più dibattute questioni legate alle posizioni di Trump: il burden sharing. Molto spesso, infatti, la retorica della nuova amministrazione in merito alla NATO e alle spese nella difesa dei suoi Paesi membri è stata considerata estremamente dannosa per le relazioni transatlantiche. In realtà, come ricorda l'autore questa è una tematica che nasce con la nascita dell'Alleanza Atlantica. Da sempre, infatti, gli americani – Obama compreso – spingono gli europei a offrire un maggiore impegno alla causa di sicurezza comune. Trump, anche in questo caso, rappresenta forse una novità nella forma ma, senza dubbio, non nella sostanza.

Di notevole importanza è anche il contributo, a cura di Davide Borsani, focalizzato sul futuro dell'anglosfera e dei rapporti tra Stati Uniti e Regno Unito. Non per tutti i Paesi del mondo, infatti, l'elezione di Trump rappresenta un problema. Ad esempio, nel caso di Londra – alle prese con la delicata questione Brexit – la rinnovata special relationship che la lega a Washington può risultare una delle vie attraverso le quali superare il momento di difficoltà. Chiusa la parentesi europea, il Regno Unito torna a guardare al globo, all'anglosfera come elemento essenziale della sua grand strategy. Come puntualizza l'autore, Brexit non significa isolamento ma, al contrario, un rinnovato impegno internazionalista della Global Britain. Questa rinnovata partnership – nella quale gli Stati Uniti di Trump giocheranno un ruolo essenziale –, conclude l'autore, potrebbe risultare perfino benefica per l'Occidente nel suo complesso.

A seguire, Valentina Villa rimane sul tema delle relazioni Regno Unito-Stati Uniti andando ad analizzare un aspetto personalistico del legame tra i due Stati: la relazione tra Presidente degli Stati Uniti e Monarca inglese. In particolare, l'autrice si sofferma sulle visite di re Giorgio IV (1939) ed Elisabetta II (1957) in America e mostra come le relazioni tra i Capi di Stato dei due Paesi hanno rappresentato «un'ancora di sicurezza e una garanzia di continuità» [2]. Di più, risulta chiaro come la Corona inglese, sul piano diplomatico, risulti un asset di notevole importanza per il Regno Unito capace, come nel 1957 con la visita di Elisabetta II, a risollevare le relazioni in momenti di difficoltà.

Un aspetto cruciale per la futura relazione tra Unione Europea e Stati Uniti è indubbiamente connesso con il futuro del TTIP. La stipula dello stesso, infatti, unirebbe i due principali mercati del mondo e creerebbe un polo economico capace di surclassare qualsiasi rivale sulla scena globale. Le posizioni protezioniste del presidente Trump, però, hanno bloccato, per ora, ogni ipotesi di assistere a una conclusione positiva delle trattative in corso. Antonio Zotti affronta questa delicata questione, ricordando come il futuro del TTIP potrebbe essere un importante indicatore sullo stato di salute della relazione transatlantica.

Spostandosi dall'Europa all'Asia, Mireno Berrettini analizza l'evoluzione delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, con questi ultimi immersi nel tentativo di creare una nuova architettura capace di mantenerli al vertice della graduatoria delle potenze mondiali. La Cina – che sta colmando il gap apertosi con la «grande divergenza» di fine XVIII secolo – sarà probabilmente il principale attore con il quale sarà necessario trovare un modus vivendi nel futuro. In particolare, viene evidenziato l'aspetto di continuità con l'amministrazione Obama rispetto alla necessità di contenere Pechino, principale sfidante politico ed economico per l'egemonia globale.

Tuttavia, se la Cina è una minaccia in fieri per il ruolo di leader degli Stati Uniti, il Paese che più ha cercato di minare nel concreto la posizione americana – e l'Occidente nel suo complesso – è indubbiamente la Russia. Carlo Frappi analizza le relazioni tra i due Stati, evidenziando la necessità di superare la strategia fallimentare del congagement che Washington ha provato a utilizzare nella relazione con Mosca. In particolare, l'autore evidenzia come la politica estera aggressiva della Russia putiniana abbia da una parte aumentato la sua pericolosità per l'Occidente e, dall'altra, reso la sua presenza indispensabile per la gestione delle crisi che circondano i Paesi euro-atlantici.

In merito alle situazioni di crisi appena citate, indubbiamente il quadrante mediorientale assurge a rango primario. Andrea Plebani analizza le relazioni che intercorrono tra Washington e gli attori mediorientali e, in particolare, al posizionamento della superpotenza nelle vicende del Siraq. L'amministrazione Trump, nonostante alcuni proclami isolazionisti in campagna elettorale, sembra voler optare per un ritorno a un impegno più robusto nell'area e il recente aumentato impegno americano nell'offensiva contro IS nelle sue roccaforti di Mosul e Raqqa conferma questa impressione. L'obiettivo ultimo sembra quello di recuperare la leadership nell'area dispersa dagli otto anni di amministrazione Obama.

Infine, il saggio di Cristina Bon sulla crescita costante dei poteri del Presidente americano getta una luce importante sulle dinamiche di politica interna americana, dove il Presidente, in virtù del crescente numero di ambiti nel quale il suo potere si esercita, sembra acquisire tratti più affini alla figura del Monarca assoluto che a quelli di un Capo di Stato repubblicano. Nel merito, i primi mesi di presidenza Trump sembrano offrire una sponda a questa interpretazione, visto l'esteso utilizzo di strumenti esecutivi capaci di bypassare l'autorità delle Camere.

Per concludere, se l'obiettivo era quello di «ridimensionare la sensazione di rottura che la presidenza Trump pare rappresentare agli occhi degli osservatori più appiattiti sugli aspetti superficiali dell'attualità» [3], senza dubbio quest'opera ha colto nel segno. Anche osservatori vicini e favorevoli al tycoon – e fautori di una politica estera in netta contrapposizione con quella obamiana – hanno iniziato a criticare quella che sembra essere un'azione internazionale diversa soprattutto a parole ma non nei fatti [4]. «Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento» è, indubbiamente, un'opera che aiuta a comprendere le ragioni sottostanti alla persistenza di certe impostazioni geostrategiche; un'analisi approfondita delle variabili in gioco, inoltre, avrebbe dovuto orientare fin dal principio in questo senso il dibattito intorno alla futura azione internazionale della presidenza Trump. Se è lecito, dunque, attendersi differenze – sia di forma che di sostanza –rispetto agli anni passati, gli elementi di continuità, soprattutto in politica estera, saranno assai numerosi.

[1] M. De Leonardis, Introduzione, p. 5, in M. De. Leonardis (a cura di), Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento, Milano, EDUCatt, 2017.
[2] V. Villa, Royal greeting: i rapporti anglo-americani attraverso l'analisi degli incontri ufficiali tra Presidente e Monarca, p. 83, in M. De. Leonardis (a cura di), Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento, Milano, EDUCatt, 2017.
[3] M. De Leonardis, Introduzione, p. 6, in M. De. Leonardis (a cura di), Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento, Milano, EDUCatt, 2017.
[4] J. Bolton, The New Foreign Policy, Same as The Old, The Wall Street Journal, maggio 22, 2017.

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