Libia e intervento militare: un rebus irrisolvibile?

Stefano Dossi


Il Consiglio Supremo della Difesa, tenutosi il 25 febbraio, ha affermato che l’Italia è disposta a intervenire militarmente a seguito di una richiesta esplicita da parte delle autorità locali libichee all’interno di una cornice internazionale (quindi con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). È stato inoltre ribadito dal Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, che questo intervento sarà limitato a missioni di sostegno alla sicurezza. [1]

Il contingente italiano sarebbe dunque modesto, con compiti di addestramento delle forze locali e difesa di palazzi istituzionali e ambasciate. È invece stata assolutamente smentita la possibilità di intervento unilaterale dell’Italia sulle coste libiche. Alla luce di questi fatti, è necessario riflettere sulla realizzabilità concreta di quanto affermato dalle nostre autorità.

In primo luogo, l’insediamento del nuovo Governo libico di unità nazionale non sembra trovare consensi presso il Governo di Tobruk (l’autorità governativa riconosciuta a livello internazionale). Già il 25 gennaio il Parlamento aveva bocciato la lista dei 32 Ministri presentata dal premier designato Fayezz al-Serraj. La nuova lista, snellita per cercare di guadagnare un maggior numero di voti a favore, constava di soli 13 Ministri e 5 “Ministri di Stato”, per un totale di 18 dicasteri. [2] Ciò che rende difficile l’approvazione dell’organico non è però il numero (sebbene più volte l’eccessivo novero di Ministri sia stato usato come scusa), bensì l’esclusione del Generale Khalifa Haftar, Comandante delle Forze Armate di Tobruk sostenuto da Egitto e Francia, dall’Esecutivo. A causa dell’ennesimo rinvio, la questione relativa all’approvazione della lista dei Ministri del nuovo Governo è stata fatta slittare al 7 marzo. Come da copione,anche in questa data non vi sono stati i numeri sufficienti per accordare la fiducia all’autorità governativa di unità nazionale.

Ma, anche nel caso in cui i 200 parlamentari del Governo riconosciuto a livello internazionale dovessero dare la fiducia al governo di Al-Serraj, questo dovrebbe insediarsi ed esercitare effettivo controllo su un territorio diviso e in balia di scontri tra le milizie di Tobruk e Tripoli. È da escludere l’ipotesi per cui il nuovo Esecutivo possa insediarsi nella antica capitale, Tripoli, poiché questa è in mano alle milizie islamiste, che non cederebbero di buon grado su questo punto. Se questo invece dovesse rimanere in esilio in Tunisia, sarebbe impossibilitato ad esercitare effettivamente le proprie funzioni. In una situazione del genere il novero dei governi libici raggiungerebbe quota tre andando ad innalzare ancora di più il grado di incertezza sul ‘che fare’ nel Paese nordafricano.

La richiesta dell’intervento non è poi così scontata e potrebbe provocare dure reazioni da parte dei due Governi che attualmente controllano ampie zone della Libia e da parte della popolazione. La contrarietà all’intervento straniero è senza dubbio uno dei tanti motivi per cui il Parlamento di Tobruk continua a procrastinare il voto sul Governo di unità nazionale, come dichiarato dal presidente del Parlamento, Aguila Saleh Issa. [3] Peraltro, anche il Governo di Tripoli, attraverso una dichiarazione del suo ministro degli Esteri Aly Abuzaakouk, ha affermato che un intervento occidentale non sarà accettato per alcuna ragione. [4]

È inoltre necessario chiedersi come gli Stati della Regione potrebbero considerare un intervento occidentale. Le influenze regionali sono un fattore di fondamentale importanza nella crisi libica, sia durante la rivoluzione che a seguito della caduta di Mu’ammar Gheddafi. Turchia e Qatar non hanno mai nascosto il loro sostegno alla fazione dei rivoluzionari e islamisti (tra cui, anche, il Governo di Tripoli), così come Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait appoggiano i conservatori (principalmente il Governo di Tobruk). Il supporto delle potenze regionali attraverso fornitura di armi e assistenzanon ha dato a nessuna delle due parti un vantaggio decisivo ma rallenta non poco la mediazione internazionale. Per queste ragioni, è difficile pensare che un intervento ‘straniero’ possa non esssere visto come un’interferenza negli ‘affari interni’ di tali Potenze. [5]

Anche nel caso in cui un intervento venisse richiesto, come si svolgerebbe? Ciò che Afghanistan, Iraq e lo stesso intervento in Libia nel 2011 hanno insegnato è che senza una strategia certa i risultati non sono mai positivi. Gli obiettivi dell’azione non sono ancora chiari: oscillano tra la stabilizzazione della Libia (concetto molto generale e di difficilissima attuazione) e la guerra alla sezione dell’ISIS sulle coste libiche. Al momento il gruppo terroristico consta di circa 5000 unità riunite nelle zone di Derna (prima città presa dai seguaci di Al Bagdadi) e Sirte. I dubbi a livello strategico si riverberano altresì sulle decisioni a livello tattico e diventa così difficile capire quanti uomini possano essere necessari per una missione del genere. Per un certo periodo si è parlato di 5000 uomini. L’economista e politologo Edward Luttwak ha suggerito che la missione dovrebbe essere formata da non meno di 30000 uomini. Secondo lui, in Libia è necessaria una missione di ‘peace enforcement’che disarmi le milizie e organizzi uno Stato, altrimenti sarebbe un buco nell’acqua. [6] La vaghezza nei discorsi riguardanti questa azione e le continue spinte all’intervento che vengono da alcune cancellerie occidentali rischiano di tradursi in una azione poco programmata e destinata a fallire con conseguenze inimmaginabili su ciò che rimane della Libia e, di riflesso, sugli interessi dell’Italia.

Viste le difficoltà legate alla richiesta di intervento da parte delle autorità libiche, alcuni Paesi occidentali si stanno organizzando o hanno già messo in atto azioni contro l’ISIS in Libia. Gli Stati Uniti hanno ottenuto l’approvazione del Governo italiano alla possibilità di far partire il loro droni Reaper dalla base di Sigonella ma solo con autorizzazione case-by-case e solo per ‘missioni difensive’. [7] Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha giustificato tali missioni come “esemplificazione del diritto alla legittima difesa” statunitense. [8]

La posizione francese ed egiziana riguardo alla situazione libica propendono nettamente per la soluzione militare contro Daesh.La Francia infatti, secondo quanto affermato dal quotidiano Le Monde, avrebbe già inviato suoi soldati sul territorio libico e questi avrebbero già preso parte a diverse azioni contro l’ISIS. [9] Peraltro la portaerei Charles De Gaulle, secondo una fonte francese, sta attraversando il canale di Suez verso il Mediterraneo meridionale per prendere probabilmente parte a operazioni militari insieme all'Egitto del presidente-generale Abdel Fatah al Sisi, preoccupato per le condizioni di stabilità nella città di Derna. [10]

Quanto alla posizione della NATO sulla questione libica, il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha affermato che l’Alleanza è pronta ad intervenire in Libia su richiesta di un Governo nazionale. Tale azione avrebbe natura puramente assistenziale e non assumerebbe la fisionomia di una grande operazione militare. Egli ha sottolineato più volte l’importanza della creazione un’autorità governativa unitaria come primo passo nella lotta contro Daesh. [11]

La maggior parte degli Stati occidentali pare aver compreso che una soluzione diplomatica del caos libico è uno scenario poco attuabile e sta iniziando ad agire concretamente. L’Italia invece, da questo punto di vista, sembra essere ancora molto titubante. È tuttavia necessario che Roma guardi alla Libia con assoluto realismo: questa situazione di instabilità e proliferazione del terrorismo a pochi chilometri dalle nostre coste è una terribile minaccia alla nostra sicurezza. Peraltro, le ripercussioni a livello economico sono già sensibili e potrebbero diventare più pesanti col persistere di questa situazione. La Libia è infatti un fondamentale partner economico dell’Italia. Per quanto riguarda il settore energetico, il Paese nordafricano è tra i primi cinque esportatori di petrolio (8247 tonnellate all’anno) e di gas (5 miliardi di metri cubi all’anno) verso il nostro Paese. [12]. Ma gli interessi economici italiani in Libia sono anche legati all’export di prodotti manifatturieri non energetici. L’export italiano verso la Libia ha subito, nell’ultimo anno, una diminuzione del 32,2%. Negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso più di 1,5 miliardi in esportazioni. [13]

Un ulteriore fattore di preoccupazione per l’Italia e, di conseguenza, per l’Unione Europea è il gran numero di migranti sulle coste libiche. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, subito dopo la conclusione del controverso accordo tra la Turchia e l’Unione sulla gestione dei migranti irregolari che si spostano dalla Turchia alle isole greche [14], ha affermato che quasi mezzo milione di persone sarebbero pronte a partire dalla Libia alla volta dell’Europa. L’Italia potrebbe, dunque, essere presto interessata da una nuova massiccia ondata di arrivi. Per questo motivo, il 18 aprile, si svolgerà un incontro tra Ministri degli Esteri e della Difesa europei.

Alcuni autori hanno suggerito l’intervento potrebbe essere giustificato dalla responsabilità di proteggere (R2P). Vi sono però alcune caratteristiche legate a questa possibilità che rendono difficile l’applicabilità all’attuale contesto libico. In primo luogo, la R2P può essere invocata solo nel caso in cui tutti i mezzi non militari di soluzione di una situazione di crisi siano stati esperiti; l’ipotesi del Governo di unità nazionale è tuttora considerata possibile e fortemente sostenuta a livello internazionale. In secondo luogo, sono necessari obiettivi precisi che, ora come ora, mancano. In terzo luogo, la responsabilità di proteggere implica una responsabilità di ricostruzione (“rebuiliding”). I costi dell’azione e del sostegno post-intervento sarebbero dunque ingenti e vi sono dubbi sulla possibilità che gli Stati Occidentali intendano addossarsi una tale mole di spese. [15]

Il quadro generale libico è dunque incredibilmente complesso e l’idea di un intervento pare non essere per orarealizzabile. Le conseguenze di un’azione avventata e confusa potrebbero essere deleterie e avere terribili conseguenze per gli interessi italiani e europei. È, dunque, necessario concordare una linea di azione con i partners occidentali, regionali e con le stessi autorità libiche, anche accantonando temporaneamente l’ipotesi del Governo di unità nazionale. Calare soluzioni dall’alto non farebbe altro che peggiorare la situazione.

La minaccia più imminente è senz’altro l’avanzata dell’ISIS sulle coste libiche. È importante che la Comunità Internazionale faccia di tutto per responsabilizzare le varie parti presenti in Libia e le spinga a combattere esse stesse i jihadisti presenti sul territorio nord africano, senza rischiare un intervento alla cieca che provocherebbe gravi e inutili danni. Bisogna infatti considerare che la costola del gruppo terrorista in Libia è formata principalmente da stranieri e, per questo motivo, è considerata da ambo le parti in conflitto come un corpo estraneo da estirpare. Nonostante vi sia la volontà di distruggere questo gruppo, il ‘problema Daesh’ non è considerato di primaria importanza; la crisi economica interna alla Libia sta aumentando in modo critico il livello di instabilità. Data la diminuzione della quantità di barili di petrolio prodotta, gli introiti sono nettamente diminuiti e gran parte della popolazione si è ritrovata senza stipendio. Utilizzando una leva economica, concordata con gli attori sopra elencati affinchè non sia considerata come un’imposizione occidentale, la Comunità Internazionale potrebbe cercare di convincere le parti a concentrare le proprie forze contro i jihadisti del sedicente Stato Islamico.

È, dunque, necessario trovare un via da seguire senza ulteriori indugi. A tal proposito una strategia della responsabilizzazione potrebbe essere una valida alternativa all’azione militare.



Note

[1] “Libia: Gentiloni, Italia pronta a guidare missione”, AGI (Agenzia Giornalistica Italia), 1 marzo 2016.

[2] “Libia, prove di guerra per fronteggiare l’ISIS. Truppe francesi già in campo”, Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2016.

[3] “I libici contro l’intervento militare”, Radio Popolare, 2 marzo 2016.

[4] Libia, il governo di Tripoli: "Non accetteremo intervento straniero", Repubblica, 6 marzo 2016.

[5] R. Aliboni, Che fare in Libia? L’Occidente tra intervento e mediazione, Istituto Affari Internazionali, 3 marzo 2015, pp. 3-4.

[6] “Libia, Luttwak: servono 30.000 soldati su terreno, ok ruolo Roma”, AGI (Agenzia Giornalistica Italia), 1 marzo 2016.

[7] “I droni americani a Sigonella per «trainare» l’Italia sulle operazioni offensive”, Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2016.

[8] Per video della spiegazione del Ministro della Difesa Pinotti sull’autorizzazione all’utilizzo della base di Sigonella: http://video.sky.it/news/politica/libia_pinotti_ok_droni_sigonella_coerente_nostra_strategia/v272806.vid

[9] “Le Monde: «Francia conduce operazioni segrete in Libia»”, Repubblica, 24 febbraio 2016.

[10] “Libia: ennesimo rinvio voto fiducia, Francia sposta portaerei”, Repubblica, 29 febbraio 2016.

[11] “Stoltenberg: "La Nato è pronta ad aiutare la Libia"”, Repubblica, 6 dicembre 2015.

[12] Dati raccolti da Treccani Atlante Geopolitico, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2015, pp. 179-180.

[13] Per maggiori informazioni riguardo alle conseguenze della crisi libica sull’economia italiana, si veda http://www.confartigianato.it/2016/03/41743/ e http://www.qualenergia.it/printpdf/articoli/20160308-rapporti-libia-italia-il-peso-di-gas-e-petrolio.

[14] Per maggiori informazioni sui punti dell’accordo UE-Turchia, si veda http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-18/i-punti-dell-accordo-migranti-ue-turchia-153906.shtml?uuid=ACn8HlqC&fromSearch.

[15] The Responsibility to Protect, Report of the International Commission on Intervention and State Sovreignity (ICISS), pp. XI-XIII (consultabile su http://responsibilitytoprotect.org/ICISS%20Report.pdf).

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