Quinta Sponda: storia dell’occupazione italiana della Croazia

Giacomo Innocenti


Il libro scritto da Alberto Becherelli e Paolo Formiconi analizza uno dei teatri della seconda guerra mondiale meno studiati in Italia: il fronte balcanico e in particolare l’occupazione italiana della Croazia. Avvalendosi di un’ampia base di documenti inediti, ricavati da fondi stranieri e italiani, i due autori, dopo una rapida presentazione della frammentarietà del panorama etnico degli “slavi del sud”, e delle contraddizioni che portarono alla creazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, analizzano l’evoluzione dei rapporti tra questo e il Regno d’Italia.

qspIl lavoro prosegue con la descrizione delle circostanze – strettamente connesse con gli insuccessi del Regio Esercito contro la Grecia – che spinsero gli italiani, interessati a prendere il controllo della Dalmazia, a invadere con l’aiuto della Wermacht la Jugoslavia.

In questo contesto – siamo nel 1941 – gli italiani si trovarono a dover gestire una situazione caotica. Gli attori in gioco, infatti, erano divisi da confini fluidi, che generarono confusione e disorientamento. Questa situazione generò sempre maggiore tensione tra le forze dell’Asse. Infatti i tedeschi, inizialmente disinteressati ai Balcani, e intervenuti solo per evitare che i fallimenti italiani in Grecia potessero portare a un intervento britannico anche in quell’area, iniziarono a considerare la Jugoslavia come una parte delle retrovie su cui basare la loro offensiva contro l’Unione Sovietica. Non solo, poiché la macchina bellica tedesca aveva bisogno di tutte le materie prime possibili per sostenere lo sforzo a oriente, queste aree furono sfruttate sempre più intensamente dalla Germania, spesso disinteressandosi delle divisioni delle zone aree di occupazione tra alleati, ignorando le proteste italiane.

Come rilevano giustamente gli autori, tale situazione era figlia dei mutati equilibri tra alleati: gli italiani, dimostrando la loro inefficienza militare, avevano perso credibilità di fronte ai tedeschi, che ormai combattevano una guerra sempre più indipendente e sorda alle richieste di Roma. A questo grave problema si dovevano aggiungere le difficoltà che le forze di occupazione italiane incontrarono nel rapportarsi con la popolazione croata, che, sebbene parzialmente soddisfatta per la raggiunta indipendenza dalla corona serba, mal tollerava la conquista della Dalmazia da parte dell’Italia e la presenza delle truppe italiane sul proprio territorio.

Al momento dell’occupazione italiana, oltre ai difficoltosi rapporti con il governo nazionalista croato, guidato da Ante Pavelić, i militari italiani si trovarono coinvolti quasi immediatamente in scontri sempre più frequenti e violenti contro la guerriglia jugoslava. Questa guerriglia non era caratterizzata da unità, bensì da diverse anime che si combattevano, con una violenza che stupì gli occupanti.

Nel descrivere le intricate relazioni e gli scontri con četnici e ustaša gli autori riescono con efficacia a sottolineare come tedeschi e italiani, anche collaborando in importanti operazioni antiguerriglia congiunte (operazioni Trio, Weiss e Schwarz), mantennero atteggiamenti differenti nei confronti delle parti in lotta, indebolendo la loro posizione nell’area balcanica. In particolare a soffrirne furono gli italiani, che già indeboliti in patria e negli altri fronti, rimasero sempre più coinvolti in scontri sanguinosi, apparentemente senza mai raggiungere risultati utili.

Non a caso le truppe italiane, già coinvolte in una guerra molto complessa, rimasero sempre più scosse dalle notizie provenienti dagli altri fronti, che rendevano chiaro come per l’Asse non ci fossero più speranze di vittoria. Inutile dire che l’8 settembre 1943, data drammatica per l’Italia e fatidica per il Regio Esercito, portò a una situazione drammatica per gli italiani in Jugoslavia, dato che le truppe si trovavano quasi a contatto con i tedeschi, ormai avversari.

Gli autori si soffermano nel descrivere come si comportarono gli italiani, ovvero come alcuni decisero di unirsi ai tedeschi e come altri combatterono contro di essi venendo chi ucciso, chi internato. Interessanti furono anche le vicende di chi si unì alla resistenza.

Questo libro ha sicuramente il merito di andare oltre alla vulgata degli “italiani brava gente”. Pur non dimenticando che gli italiani salvarono molti ebrei nelle loro aree di occupazione e impedirono rappresaglie tra serbi e croati, gli autori riportano onestamente come questo non fu solo dovuto alla sensibilità degli italiani, ma anche a calcoli politici il cui fine era di rimarcare l’autonomia italiana rispetto alle invadenti politiche di Berlino.

Gli autori, senza reticenza, narrano come nelle zone di occupazione italiana si siano verificate deportazioni e internamenti, ribadendo come tutta la guerra in Jugoslavia fosse caratterizzata da una violenza costante, spesso senza un discrimine tra combattenti e civili. L’opera però non scade in sterili critiche fatte a posteriori. Le vicende, infatti, vengono contestualizzate nel periodo e nel tipo di guerra che combatterono le truppe italiane cioè una guerra di guerriglia, a cui si intrecciava una guerra civile di carattere interetnico.

Nonostante una grande quantità di memorie pubblicate dopo il secondo conflitto mondiale – che però tendono spesso a tralasciare i fatti più efferati compiuti dagli occupanti italiani, o a giustificarli come giuste reazioni agli attacchi degli avversari – gli autori si chiedono perché in Italia si sia verificata quasi una rimozione di questa parte del conflitto.

La risposta deve essere cercata nel fatto che dal termine della seconda guerra mondiale, in Italia (e non solo), ci sia stato un tentativo di mostrare gli italiani come vittime del nazifascismo. Cioè un’Italia che non voleva la guerra, vittima d’invasione e della guerra civile.

Questa ricostruzione della storia del conflitto italiano non regge nel caso dell’invasione e occupazione della Jugoslavia, dove gli italiani furono gli invasori e furono messi in difficoltà da un nemico non superiore per uomini e mezzi, com’era avvenuto negli altri fronti. È questo, ad avviso di chi scrive, il maggior merito del lavoro: aver raccontato una parte della seconda guerra mondiale dove gli italiani furono tra i maggiori attori, senza seguire la versione storiografica ormai affermata, ma allo stesso tempo riuscendo a mantenere uno sguardo freddo e oggettivo su quella complicata vicenda.

Leggi il libro.

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