L’eclissi dell’establishment repubblicano? Europa e USA tra radicalizzazione del voto e crisi della destra ‘istituzionale’

Mireno Berrettini


Come da copione. Sebbene alle volte siano contraddittori, man mano che proseguono, i risultati delle primarie stanno in qualche modo consacrato la candidatura delle due personalità che ormai da tempo erano state quelle previste dalla maggioranza dagli esperti: la democratica Hillary Clinton e il ‘repubblicano’ Donald Trump.
Nonostante i fiumi di inchiostro, anche quello virtuale dei tweet e delle pagine web, ci abbiano insegnato a conoscere politici come Ted Cruz, Marco Rubio e Bernie Sanders, con tutta probabilità il great game si svolgerà tra quelle che ancorché implicitamente abbiamo sempre considerato le teste di serie.

Significativamente in un sistema delle relazioni internazionali compiutamente multipolare e multicentrico, e dove quindi la capacità decisionale della presidenza degli Stati Uniti conta sempre meno, l’attenzione mediatica nei confronti di queste primarie appare spasmodica; e non solo, come comprensibile, negli Stati Uniti, ma anche in Europa. Questo è il riflesso probabilmente di una certa simpatia che alcuni candidati hanno saputo ispirare ai cittadini del Vecchio Continente, ma anche il prodotto di dinamiche sociopolitiche analoghe. In questo senso, anche se naturalmente qualcuno potrà non essere d’accordo, parlare di elezioni statunitensi significa anche parlare di Europa: significa parlare di trasformazioni ‘comuni’ dove si assiste a un impoverimento delle classi medie a fronte di una sempre maggiore concentrazione di ricchezza, all’‘inceppamento’ nei processi di redistribuzione del reddito e del parallelo spostamento degli elettorati verso le ali più ‘assertive’ dello spettro politico. Significa prendere in considerazione le identità in gioco ‘minacciate’ dalla globalizzazione, tra l’esaurimento dei grand design della politica e il paradossale rifugio verso soluzioni vecchie per problemi nuovi. Significa parlare di scollamento tra le élite politiche e la cittadinanza che non è solo crisi della rappresentanza.

L’Italia, che noi siamo abituati a pensare come ‘fanalino di coda’ dei processi di modernizzazione, appare invece quello che da sempre è: un laboratorio sociale e politico di avanguardia. I commentatori hanno più volte segnalato le analogie tra Trump e Silvio Berlusconi, troppo spesso però limitandosi a un’analisi epidermica: la ricchezza economica, la spregiudicatezza comunicativa, la non larvata antipatia verso le procedure democratiche e gli stilemi della diplomazia. Il nous della questione sta però soprattutto nel rapporto che entrambi esprimono, o hanno espresso, tra sistema economico e sistema politico. Ma non è l’unica analogia possibile, perché il tycoon ci conferma anche che in questo momento negli Stati Uniti, così come è avvenuto per l’Italia delle primarie democratiche del 2013 vinte da Matteo Renzi, i partiti sono ‘scalabili’ esternamente. Un fattore che rivela come gli ‘apparati’ — o almeno quello che ne rimane — siano in profonda difficoltà nel gestire i nuovi ‘gladiatori’ che traggono una forza propulsiva rilevantissima nel massimo ‘istituto’ della democrazia, l’elettorato, o meglio, il popolo.

L’attenzione mediatica alla vicenda, umana e ‘stilistica’, di Trump ha spesso oscurato quello che avviene e sta avvenendo all’interno del GOP, anche se non sono mancati attenti osservatori che hanno riflettuto su questo punto, cercando di interpretare quali saranno le mosse dell’establishment repubblicano in merito all’irresistibile affermazione elettorale del multimilionario newyorkese. La questione però non è solamente questa; come non è solamente quella relativa alle possibilità del magnate di vincere la competizione dell’8 novembre prossimo contro un candidato come la Clinton. Con una prematura fuga in avanti a me interessa piuttosto riflettere sulle incognite del medio periodo, ovvero a cosa succederà ai repubblicani americani nel lasso di tempo del prossimo mandato 2017-2020, visto che l’area ‘istituzionale’ del partito appare politicamente e strategicamente spaesata, così come quella dei suoi referenti nell’elettorato sembra marginalizzata: l’andamento delle primarie di Jeb Bush, e di Rubio sta a dimostrarlo. Soprattutto sta a dimostrarlo la paradossale individuazione di Ted Cruz, altro candidato repubblicano outsider rispetto alla leadership istituzionale del GOP, quale possibile argine di Trump, personalità dunque su cui far convergere l’operazione di correzione dei desiderata della ‘base’. Riuscire a organizzare una convention aperta che possa così ‘isolare’ Trump e nominare un candidato dal profilo meno ‘eterodosso’ rappresenta l’ultima possibilità per il Partito Repubblicano, e non solo per vincere le elezioni di quest’anno.

Analogamente alla Francia delle elezioni presidenziali del 2012 o nella Germania delle regionali celebrate da poco, la frantumazione della destra ‘governativa’ apre la strada a quella più radicale rispettivamente del Front National e del Frauke Party. Come altre e più di altre, la destra statunitense si è dimostrata un’area politica capace di esprimere un dinamismo incredibile, in alcuni casi è stata capace di plasmare l’immaginario collettivo conservatore ‘atlantico’, producendo nell’arco di una generazione diverse modalità in cui si sono riarticolati le relazioni tra Stato, mercato, e (decisione) politica democratica: reaganismo, neoconservatorismo e Tea Party. Ognuno di essi appariva avere un’idea di bene comune, fondamenti metapolitici e visioni di mondo, condivisibili o meno. Sarebbe banale affermare che Trump non esprima niente di tutto questo, ciò che conta è come sia prodotto (e assieme produttore) di una trasformazione più ampia del sistema politico. È la democrazia ai tempi della globalizzazione.

Se il trumpismo, quale precipitato di peculiari pratiche comunicative e sociopolitiche sarà capace di disciplinare il GOP entrando in qualche modo nel patrimonio genetico della destra statunitense, lo vedremo con gli anni, così come scopriremo senz’altro se la tendenza alla radicalizzazione degli elettorati sarà un fenomeno transitorio, una ‘parentesi’ discontinua entro un processo di convergenza al centro che solo alcuni anni fa sembrava caratteristica ‘normativa’ dei sistemi democratici. Osserveremo con attenzione, perché l’equilibrio del sistema è più importante della vittoria di chi più di altri corrisponde alle nostre preferenze politiche.

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