Polonia alla deriva?

Simone Zuccarelli


A distanza di pochi mesi dalla vittoria di Prawo i Sprawiedliwość, i timori esposti fin da subito da numerosi analisti in merito alla possibile "Orbanizzazione" della Polonia sembrano trasmutarsi in realtà. Il neo eletto governo, infatti, non ha lasciato trascorrere troppo tempo prima di far calare la longa manus statale su sistema giudiziario e media. Uno dei primi interventi posti in essere ha riguardato proprio il riassetto della Corte Costituzionale grazie il varo di una legge che consente all'esecutivo la sostituzione di cinque giudici su quindici e modifica le regole di voto in seno alla stessa. In aggiunta, il paese ha assistito all'entrata in vigore di una nuova legge sull'informazione: secondo la normativa, il governo, tramite una commissione gestita dal Ministero del Tesoro, acquista il potere di nominare i vertici dei media pubblici, rendendo così, di fatto, limitata l'indipendenza degli stessi. Pochi giorni fa, infine, si è deciso un ampliamento dei poteri delle forze dell'ordine in materia di monitoraggio del web; la motivazione addotta è stata la necessità di affrontare in modo più adeguato la minaccia del terrorismo. Una parte del popolo polacco, però, ha iniziato a sollevarsi verso quello che percepisce come un ritorno agli anni bui nei quali la libertà personale era fortemente limitata. L'opposizione alla svolta autoritaria si è coagulata attorno al Comitato per la Difesa della Democrazia (Komitet Obrony Demokracji) che, oltre a richiamarsi ai valori del Comitato per la Difesa dei Lavoratori (movimento precursore di Solidarność), porta avanti le istanze della componente liberale del popolo polacco e «has played a key role in channeling Poles' growing discontent about their new government's creeping authoritarianism» (Maria J. Stephan, Maciej Bartkowsky, Poland's Liberals Strike Back, Foreign Policy).

Ad aggiungersi all'opposizione interna sono pervenuti rapidamente i moniti della Commissione Europea ai quali ha fatto seguito la decisione di istituire un'inchiesta con lo scopo di verificare il rispetto del diritto e dei principi cardine dell'Unione Europea in Polonia. Tale decisione risulta di importanza notevole anche in quanto è la prima volta in cui viene implementata una simile soluzione nella storia dell'Ue. Anche il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, Nils Muižnieks, si è espresso in merito alla situazione interna polacca sostenendo che: «La paralisi del Tribunale costituzionale comporta pesanti conseguenze per i diritti umani di tutti i cittadini polacchi. Le autorità polacche devono trovare il modo di uscire da questa situazione nel pieno rispetto delle decisioni del Tribunale costituzionale e del parere che sarà presto adottato dalla Commissione di Venezia del Consiglio d'Europa. Non può esserci alcuna tutela dei diritti umani senza meccanismi che garantiscano lo Stato di diritto, in particolare assicurando controlli ed equilibrio tra i diversi poteri statali». La Polonia, dunque, riceverà a breve una valutazione in merito all'operato del suo governo sia dalla Commissione sia dal Consiglio d'Europa e ciò rischia di agitare ulteriormente le acque nel caso esse non fossero accomodanti con le posizioni di Varsavia.

Se la decisione della Commissione Europea può essere senza dubbio ben accolta essa rischia di allargare la frattura che ha iniziato a crearsi tra l'Unione Europea da un lato e il governo polacco dall'altro. Quest'ultimo, di fatto, ha criticato fortemente quelle che ritiene essere intromissioni indebite negli affari interni polacchi e si è mosso attivamente per rinforzare i legami con alcuni alleati tra cui – alimentando taluni sospetti – proprio l'Ungheria di Orbán: a margine di un incontro con il premier ungherese, infatti, il Primo Ministro polacco Beata Szydło ha chiesto un maggior impegno del Gruppo di Visegrád – formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – nella costituzione di un fronte comune al fine di rispondere congiuntamente alle problematiche che impattano maggiormente sugli interessi dei quattro paesi che lo compongono. Per dirlo con altre parole, si palesa un tentativo di edificare un sistema sub-regionale capace di proiettare con più forza nelle istituzioni dell'Unione le istanze di tali paesi. In aggiunta, il presidente Duda ha richiesto un maggior dispiegamento della Nato in Polonia e in tutto l'eastern flank dell'Alleanza Atlantica. Ponendosi come baluardo insostituibile dell'Alleanza a difesa della stessa contro la rinata minaccia russa, l'establishment polacco ha la possibilità di raggiungere due obiettivi fondamentali: innanzitutto stringere ulteriormente i legami con quello che rimane il principale strumento per la difesa e la sicurezza della nazione e, collateralmente, a utilizzare la sua posizione strategica come mezzo di scambio per avere una maggiore libertà nelle scelte interne. Il timore principale è quello di vedere sorgere in un'Unione Europea in difficoltà ormai cronica – e con la spinta data da un Sistema Internazionale sempre più frammentato – un'ulteriore frattura capace di rivelarsi – a lungo andare e sommata alle numerose altre – mortale. È d'uopo ricordare, infatti, che: «L'appartenenza all'Ue garantisce, regala a chi ne fa parte un surplus di sovranità e non assesta una sua amputazione, perché l'Ue è un moltiplicatore di potenza, qualcosa da cogliere al volo e da sfruttare al massimo, finché, va precisato, ciò conviene all'interesse nazionale» (Bellocchio L.W., Dissipatio Europae? Forma e forza dell'Ue nell'era della fine del sistema internazionale).

http://www.ilcaffegeopolitico.org/38360/polonia-alla-deriva

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