L’Iran, Obama e lo scacchiere geopolitico statunitense

Simone Zuccarelli

 

Provare a comprendere la grand strategy di un Paese nella sua totalità è senza dubbio un lavoro lungo e difficile; se il Paese in questione, poi, è la superpotenza egemone del Sistema Internazionale la questione diventa molto più complessa: agendo a livello globale, infatti, gli scenari e gli attori con i quali si confronta – nonché le combinazioni degli stessi fattori – sono potenzialmente infiniti. Diventa quindi cruciale al fine di capire le mosse sullo scacchiere statunitense analizzare i singoli pezzi presenti, le interazioni che li legano, l’importanza che rivestono e come rientrano nel più ampio disegno strategico. Analizzare gli sviluppi nella relazione Stati Uniti-Iran dunque può risultare un tassello utile allo scopo sopra prefissato. L’ex Persia, infatti, ha sempre rivestito un ruolo cruciale per la stabilità del Medio Oriente: fino al 1979 come una delle due “colonne portanti” a sostegno della politica mediorientale americana; dalla rivoluzione khomeinista in poi come faro per l’opposizione tout court all’Occidente. La volontà obamiana di trovare una soluzione diplomatica al caos levantino ha pertanto dovuto fare i conti con l’ingombrante presenza persiana: oltre all’inimicizia ultra trentennale, infatti, da risolvere era anche il nodo legato allo sviluppo della tecnologia nucleare iraniana. Dopo alterne vicende – e a più di sei anni dall’elezione dello stesso Obama – alla fine, il 14 luglio scorso, l’accordo è stato siglato. Risulta assai interessante, di conseguenza, comprendere innanzitutto i motivi che hanno permesso tale risultato positivo e, secondariamente, le ragioni delle scelte statunitensi poiché esse sono in grado di svelare e predire in modo singolare quelle che potrebbero essere le scelte future dell’egemone.

Il discorso di Barack Obama del 24 settembre 2015 davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite («No matter how powerful our military, how strong our economy, we understand the United States cannot solve the world’s problems alone») rende immediatamente chiaro come durante tutti gli anni della sua presidenza il leitmotiv non sia per nulla cambiato: «United States cannot solve the world’s problems alone». La frase, diventata quasi un mantra, esprime un concetto contenuto in numerosi discorsi ufficiali e nelle due NSS formulate sotto la sua presidenza: risulta, appunto, il nocciolo della strategia obamiana. Il presidente americano, infatti, ha avuto la capacità (e il merito) di comprendere che il peso che gravava sulle spalle americane era troppo grande anche per una potenza titanica [1]. Gli oneri dell’egemonia stavano diventando, semplicemente, troppo elevati [2]. Evitare l’overstretching degli Stati Uniti è risultata, quindi, la sua Stella Polare: per raggiungere l’obiettivo si è mostrato essenziale mutare l’orientamento strategico americano. Il cambiamento intercorso rispetto all’era Bush [3] ha contribuito non solo a considerare maggiormente gli altri paesi nello sforzo di creare un ordine mondiale più stabile [4], ma anche ad abbracciare la convinzione della necessità di legittimazione dell’Iran, paese determinante negli equilibri della tumultuosa regione mediorientale. A tal fine, Obama ha tentato fin da subito di imbastire una politica differente rispetto al suo predecessore: maggiore apertura verbale e concessioni negoziali. Fino al 2013, però, la strada verso l’accordo è sembrata impercorribile e, difatti, «the two parties seemed incapable of overcoming domestic constraints and no real progress was made until mid-2013» [5]. Risulta interessante, dunque, – prima di passare all’analisi delle ragioni che hanno spinto gli Stati Uniti al riavvicinamento – comprendere come si è giunti a un simile risultato storico.

Il 2013, come detto poc’anzi, risulta un anno cruciale per numerose ragioni: la prima è, senza dubbio, l’elezione di Rouhani (e la dipartita di Ahmadinejad) che porta un clima di apertura importante per ripristinare la fiducia tra i due paesi. L’ascesa di Rouhani, però, è una condizione necessaria ma non sufficiente a spiegare il marcato mutamento di rotta. Fondamentali risultano numerosi altri fattori che, uniti al cambiamento di vertice iraniano, sono in grado di chiarire i motivi sottostanti al raggiungimento del deal. Innanzitutto, il peso ormai soffocante delle sanzioni imposte secondo il principio della dual-track policy. Con un Iran in piena recessione e con l’appesantirsi del regime sanzionatorio, la leadership iraniana ha senza dubbio ritenuto necessario addivenire a un compromesso. Continuare a ignorare le richieste “occidentali” poteva risultare mortale per la Repubblica Islamica: il rischio di rivolte interne, infatti, sempre dietro l’angolo, unito alla necessità di sbloccare i propri asset congelati (miliardi di dollari) e la volontà di tornare a giocare un ruolo economico importante nell’area hanno senza dubbio spinto i governanti iraniani a più miti consigli. La possibilità di trarre consistenti vantaggi economici dall’apertura, soprattutto con partner europei, può avere altresì convinto l’Iran della necessità di un accordo. Appena firmato il deal, infatti, numerose delegazioni europee si sono precipitate dai persiani al fine di strappare accordi economici vantaggiosi, data la progressiva estinzione del regime sanzionatorio: la Francia, ad esempio, ha inviato un’imponente delegazione di esperti, imprenditori e ministri con l’obiettivo di sviluppare lucrosi affari[6]. Un ulteriore motivo che va ad aggiungersi a quelli precedentemente citati può essere trovato nel peggioramento della situazione mediorientale per gli iraniani. Svanita la possibilità – e la speranza [7] – di avvantaggiarsi dalle primavere arabe e, anzi, dopo che l’alleato principale nell’area – la Siria – ha iniziato a scivolare sempre più nel baratro, l’establishment iraniano ha ritenuto necessario un riadattamento della sua strategia. Il colpo di grazia rappresentato dall’Isis, poi – in grado non solo di causare un’ulteriore lacerazione in Siria ma anche di portare quasi al crollo il regime amico iracheno – non può che avere intensificato l’avvertita necessità di formulare una nuova strategia regionale. L’indebolimento del blocco sciita, quindi, può essere stata un’ulteriore causa del mutamento di rotta dell’Iran: un accordo, infatti, grazie allo sblocco di risorse economiche, può risultare fondamentale per puntellare i regimi amici e garantire all’Iran la possibilità di agire con rinnovata forza fuori dal cortile di casa [8]. In aggiunta, la volontà americana di sostenere i dissidenti interni al regime viene facilitata dal raggiungimento di un accordo: avendo meno appigli per sbandierare la concezione dell’America come “Grande Satana” potrebbe divenire, infatti, più difficile per i conservatori iraniani mantenere la presa sulla società [9]. Infine, anche la volontà americana di isolare la Russia (in seguito alla crisi ucraina), può avere contribuito al riavvicinamento diplomatico con l’Iran: per l’Europa, infatti, si è mostrato sempre più impellente il bisogno di trovare nuove fonti di approvvigionamento energetico al fine di rendersi sempre più autonoma dall’energia russa. L’Iran, uno dei maggiori produttori di idrocarburi al mondo, è sicuramente una possibilità da considerare per pervenire a tale obiettivo [10]. Brevemente ma sostanzialmente, l’accordo è stato raggiunto in quanto, per la prima volta dopo decenni, si è verificata una situazione di «simmetria e simultaneità di intenti tra Stati Uniti e Iran» [11].

La figura fondamentale, però, senza la quale il raggiungimento di un deal sarebbe stato assai più arduo è senza dubbio quella di Barack Obama che, sin dal principio della sua presidenza, «has offered to extend a hand and engage in direct talks with Iran» [12]. Agendo da realista quale si dichiara, il presidente democratico è riuscito a muovere le pedine in modo tale da ottenere un importante risultato strategico per gli Stati Uniti [13]. In un articolo uscito su Foreign Affairs, gli autori hanno espresso la convinzione secondo la quale: «In the Middle East, U.S. President Barack Obama has spent the first year and a half of his presidency seeking to undo the damage wrought by his predecessor» [14]. L’articolo è stato pubblicato circa un anno e mezzo dopo l’insediamento di Obama, ma è possibile estenderne il significato fino all’Iran Deal. Barack Obama ha speso gli otto anni della sua presidenza nel tentativo di rimediare ai “danni” fatti dal predecessore in Medio Oriente. Obama ha, sostanzialmente, ribaltato le politiche dell’amministrazione precedente al fine di ridare lustro all’egemonia americana: non più hard power per convincere il mondo ad allinearsi ma soft power, non più disinteresse verso le istituzioni internazionali ma loro utilizzo per i fini americani, non più convinzione nello strapotere militare statunitense volto a risolvere le controversie internazionali ma precedenza alle soluzioni diplomatiche [15]. Le scelte di Obama si sono riflesse nella sua impostazione per la risoluzione della “questione iraniana”: soft power veicolato da continui discorsi pubblici dai toni pacati e aperti, utilizzo della cooperazione internazionale per trattare e imporre sanzioni all’Iran (dual-track policy) e, infine, la volontà di risolvere la contesa unicamente con uno strumento diplomatico. Questo riorientamento è stato, senza dubbio, fondamentale per il raggiungimento dell’Iran deal.

Ciò non significa, però, che Obama abbia impostato la grand strategy americana con lo scopo ultimo di ripristinare l’amicizia con l’Iran. Per dirlo con le parole del politologo Marc Lynch: «L’obiettivo finale, per Obama, non è il riorientamento verso Teheran ma piuttosto la costruzione di uno stabile equilibrio regionale della potenza – uno che non richieda l’impiego permanente di grandi quantità di risorse statunitense» [16]. La ventilata ipotesi militare, sostenuta sia all’interno di alcuni ambienti statunitensi sia da alcuni alleati importanti, avrebbe (forse) evitato per qualche tempo un Iran nucleare ma non sarebbe mai stata la soluzione in grado di mettere ordine nel caos levantino in primis e, in secondo luogo, di evitare la sovraestensione dell’egemonia americana. La rilegittimazione iraniana, invece, risulta fondamentale nel disegno strategico di Obama: ricostruire una solida architettura regionale, limitare, di conseguenza, interventi militari dispendiosi e, infine, lasciare gli Stati Uniti liberi di spostare la loro lente di ingrandimento su una regione oramai molto più importante: il Pacifico [17]. È qui, infatti, che si giocherà una delle partite più rilevanti per i futuri assetti globali. Con la sempre minore dipendenza dal petrolio mediorientale e con la consapevolezza che non esiste più una potenza come l’Unione Sovietica in grado di minare gli interessi americani nell’area, operare il “pivot to Asia” è diventata una scelta quasi obbligata per gli Stati Uniti. La Cina, infatti, è l’unico Stato che attualmente, sembra in grado di potere sfidare l’egemonia americana in un futuro non troppo lontano. Ecco quindi che le politiche mediorientali di Obama dimostrano quanto sostenuto in principio: sono mosse su uno scacchiere di vastissime dimensioni e hanno lo scopo precipuo di riorientare la strategia americana al fine di fare fronte alle sfide emergenti in campo globale.

Per concludere, è possibile sostenere, in primo luogo, che la concretizzazione dell’accordo si deve a un vasto numero di ragioni che hanno contribuito, in un perfetto gioco di incastri, alla firma del 14 luglio 2015 e, in secondo luogo, che è proprio il mutamento dell’orientamento strategico americano a essere stato cruciale per un simile sviluppo. Fondamentale sarà ora seguire le mosse successive dei due paesi. Innanzitutto nel 2016 si terranno le elezioni presidenziali statunitensi: nonostante il percorso del deal non sembri in pericolo [18], un ritorno a una postura globale bellicosa e di stampo unilateralista potrebbe portare a un nuovo scontro aperto con la Repubblica Islamica. Tale situazione agevolerebbe senza dubbio un possibile revival conservatore iraniano che, alla lunga, spingerebbe a una nuova rottura dei rapporti e alla cancellazione di quanto fatto negli ultimi otto anni. Ciò danneggerebbe, però, proprio gli interessi strategici americani sopra citati. Di conseguenza è lecito aspettarsi che gli Stati Uniti faranno il possibile per preservare il deal nei termini stabiliti e ricorreranno a metodi più decisi – forse – solo in presenza di un’aperta violazione iraniana. Gli iraniani, dal canto loro, continueranno nel tentativo di emergere nella partita mediorientale ma – perlomeno fino a quando rimarranno al potere i moderati – la consapevolezza che essa può essere giocata al meglio sfruttando la ripresa economica ipotizzabile in seguito alla distensione diplomatica non porterà a un disconoscimento unilaterale dell’accordo raggiunto. È l’atteggiamento statunitense, dunque, che determinerà gli sviluppi futuri nell’area perché, come ha ricordato Paul Kennedy in Ascesa e declino delle grandi potenze: «Nonostante il suo declino economico e forse militare, l’America resta, come scrive Pierre Hassner: «l’attore decisivo in ogni tipo di equilibrio e questione» [19]. I policy maker americani, però, farebbero bene a non dimenticare anche il principale insegnamento che proviene dall’opera dello storico inglese: qualsiasi grande potenza ascende e discende. La tendenza al declino, tuttavia, seppur inevitabile, si può limitare e contenere, e, per un certo periodo, persino invertire. Pertanto sarà compito dell’élite americana adoperarsi al meglio affinché il XXI secolo si dimostri ancora – come il precedente – un secolo americano.

 

Note:

[1] Atlante che cede il suo fardello a Eracle, insomma. Resta da capire se, una volta ceduto, vorrà riprenderselo o proverà a imporlo alla collettività internazionale.

[2] Charles A. Kupchan, La fine dell’era americana, Vita e Pensiero, 2003, p. 25.

[3] Una definizione adeguata della presidenza Bush viene fatta da Wesley Clark, generale in congedo dell’esercito americano: «Unilateralismo belligerante». Tale situazione è stata creata da due moti contrapposti, fusisi dopo l’11 settembre: l’unilateralismo di Bush, che spingeva per un disimpegno americano dal mondo (mancata ratifica di Kyoto, ritiro dai balcani, ritiro da convenzione sui missili antibalistici), unita alla volontà di risolvere la minaccia terroristica senza cercare un ampio sostegno internazionale. Ciò non toglie, però, che la politica mediorientale di Bush e le dure risposte militari sono da collocare nella difficile situazione post 11/09. – Wesley K. Clark, Vincere le guerre moderne, Bompiani, 2004, pp. X e 220.

[4] Robert Malley e Peter Harling, Beyond Moderates and Militants, Foreign Affairs, 1 settembre 2010.

[5] Claudia Castiglioni e Mariele Merlati, Iran and the US: The One in a Million Opportunity in Iran After Iran Deal, ISPI, 2015.

[6] Redazione Online, Iran: in arrivo la più grande delegazione francese di tutti i tempi con due ministri e 150 imprenditori, IRIB, 17 settembre 2015, in http://italian.irib.ir/notizie/iran-news/item/199428-iran-in-arrivo-la-pi%C3%B9-grande-delegazione-francese-di-tutti-i-tempi-con-due-ministri-e-150-imprenditori, ultimo accesso novembre 2015.

[7] Suzanne Maloney, Iran Will Benefit From This Arab Spring, Financial Times, 23 febbraio 2011.

[8] Possibilità che spaventa, soprattutto, gli israeliani che, nelle parole del Primo Ministro Netanyahu si sono fin da subito espressi in modo molto negativo verso l’accordo raggiunto: «Nel prossimo decennio questo accordo garantirà all'Iran una abbondanza di fondi che sarà utilizzata per diffondere il terrorismo e per accrescere gli sforzi di distruggere Israele. In maniera stupefacente, questo cattivo accordo non esige in alcun modo dall'Iran di cessare la propria aggressività» – Redazione Online, Iran, storico accordo sul nucleare a Vienna Netanyahu: «Il mondo ora è più pericoloso», TgCom, 14 luglio 2015: Sara Bazoobandi, Iran’s Regional Policy, Interests, Challenges and Ambitions, ISPI, Analysys No. 275, novembre 2014, p. 7.

[9] Christopher de Bellaigue, Iran, Foreign Policy, No. 148, maggio-giugno 2005, p. 22.

[10] Pejman Abdolmohammadi, Gas e geopolitica: Iran, un ritorno in grande stile?, ISPI, Analysis No. 282, gennaio 2015, p. 11.

[11] Nicola Pedde, Come si è arrivati al patto di Vienna, Limes, settembre 2015, p. 44.

[12] Andrew Parasiliti, Iran: Diplomacy and Deterrence, IISS, Vol. 51 No. 5, ottobre-novembre 2009, pp. 5-13.

[13] Dario Fabbri, Per Obama, questo è il miglior Medio Oriente possibile, Limes, Settembre 2015, p. 29.

[14] Robert Malley e Peter Harling, Beyond Moderates and Militants, Foreign Affairs, 1 settembre 2010.

[15] Henry N. Nau, Obama’s Foreign Policy, Policy Review, aprile-maggio 2010, pp. 27-47; Charles A. Kupchan, La fine dell’era americana, Vita e Pensiero, 2003, p. XXII.

[16] Marc Lynch, Obama and the Middle East, Foreign Affairs, settembre-ottobre 2015, p. 21.

[17] Mario del Pero, La politica estera di Obama e il nuovo pivot asiatico, Treccani Online, 2014.

[18] Dario Fabbri, Perché l’accordo con l’Iran sopravvivrà a Obama, Limes Online, 15 giugno 2015.

[19] Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1989, p. 721.

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