Il bicentenario della battaglia di Waterloo

Ferdinando Sanfelice di Monteforte*

Quest’anno ricorre il bicentenario della battaglia di Waterloo, e ben ha fatto la LEG a tradurre il libro, che è stato pubblicato in Gran Bretagna per celebrarlo! Diceva un vecchio saggio, che “la sconfitta grida ad alta voce perché pretende spiegazioni, mentre il successo, come la carità, copre un gran numero di peccati”. Questo modo di pensare si confà particolarmente a noi Italiani: pensate a quanti libri sono stati pubblicati da noi su Caporetto, e quanti pochi su Vittorio Veneto, e avrete un’idea di quello che attira la nostra attenzione. Quindi, dovrebbero essere i Francesi a parlarne di più, non i Britannici. Waterloo, in effetti, è un’eccezione a questa regola. La ragione è che si è trattato di una delle poche sanguinose battaglie combattute dai Britannici nel XIX secolo, prima della Prima Guerra Mondiale. Esiste quindi un parallelo tra quanto avvenuto nel 1815 e quanto accadde cento anni dopo. Ma non è tutto: Waterloo è stata, in senso assoluto, una delle rarissime battaglie terrestri decisive della Storia, e gli Inglesi, che ne hanno conseguite molte per mare, ma poche per terra, ne vanno giustamente fieri, anche troppo (e ne vedremo, tra poco, le conseguenze).

Prima di parlare del libro sulla battaglia, argomento del nostro incontro, ricordiamo brevemente gli accadimenti:
- Il 26 febbraio 1815, NAPOLEONE fuggì dall’Isola d’Elba e, quattro giorni dopo, sbarcò a Antibes, sfuggendo alla sorveglianza delle navi britanniche. Iniziò quindi la sua marcia verso la capitale;
- Il 20 marzo 1915, NAPOLEONE entrò in trionfo a Parigi, costringendo re LUIGI XVIII alla fuga e scatenando la reazione delle Potenze vincitrici, riunite a Vienna per concordare un assetto geopolitico stabile per l’Europa, dopo oltre un secolo di guerre;
- Già tre giorni prima, il 17 marzo, le quattro Potenze vincitrici (Austria, Russia, Prussia e Inghilterra) avevano concordato di mobilitare ciascuna un esercito di 150.000 uomini, per sconfiggerlo. Di fatto, per l’assenza di altri conflitti, furono mobilitati eserciti più numerosi;
- Il 25 maggio venne notificata la dichiarazione di guerra alla Francia, e iniziarono le operazioni alleate. Gli eserciti inglese e prussiano arrivarono per primi vicino ai confini francesi, in Belgio, mentre quelli russo e austriaco erano più lontani;
- Il 15 giugno, NAPOLEONE decise di passare all’offensiva, incuneandosi tra l’esercito inglese e quello prussiano, prossimi al ricongiungimento, e batterli uno alla volta. Lo stesso giorno, superato il confine, le sue truppe avanzate si scontrarono con le retroguardie prussiane;
- Il 16 giugno si svolsero due battaglie, nei pressi di Bruxelles, una a Quatre Bras, contro i Britannici, dove i Francesi erano comandati da NEY, l’altra a Ligny, contro i Prussiani, sotto la diretta supervisione dell’Imperatore. L’esercito prussiano, però, pur essendo stato battuto, si ritirò verso Wavre, a nord, rimanendo quindi vicino al contingente inglese, anziché dirigere verso Liegi, città più vicina alla Germania;
- Il 17 giugno piovve a dirotto, e gli eserciti ne approfittarono per riorganizzarsi e per schierarsi, in previsione delle successive operazioni;
- Il 18 giugno si svolse la battaglia di Waterloo. Dopo una lunga serie di azioni, al tramonto, l’esercito francese si sfaldò e solo pochi reparti restarono uniti, intorno a NAPOLEONE, proteggendone la ritirata.

Ciò detto, possiamo parlare del libro di Lipscombe: Vi premetto che, pur conoscendo i fatti, avendo consultato a suo tempo molti testi, lo ho letto con infinito piacere. I motivi sono numerosi, per uno come me che si occupa di “Grande Strategia”, e non pretende di essere competente in questioni di tattica terrestre. Infatti, la campagna di Waterloo, malgrado i numerosi studi condotti, ha lasciato aperti molti dubbi e sollevato discussioni che durano ancora. Il fatto che il libro li affronti tutti, uno per uno, è il suo primo “titolo di merito”, ai miei occhi. Troppi testi precedenti, infatti, erano elogiativi dell’uno o dell’altro, tra i tre attori principali di questo dramma, che costò un numero impressionante di vite umane: si calcolarono infatti oltre 45.000 tra morti e feriti, nei due campi. Significativa è la frase di WELLINGTON, citata all’inizio del libro, secondo il quale “L’infelicità più grande, dopo quella di una sconfitta, è una battaglia vinta”.

Per affrontare in modo sistematico questi aspetti controversi e non del tutto chiariti, ben ha fatto il curatore, nell’organizzare un’opera corale, i cui singoli contributi sono ben differenziati. Gli autori, infatti, possono essere suddivisi, per le loro precedenti esperienze, in questo modo, un po’ arbitrario, ma indicativo:
- Quattro militari;
- Due giornalisti;
- Tre professori universitari;
- Due cultori di Storia Militare.

Tra i primi, naturalmente, c’è il curatore del libro, il Colonnello Nick LIPSCOMBE, che studia da tempo le imprese dell’esercito inglese, durante le guerre napoleoniche. La sua competenza emerge, non solo dalla scelta dei suoi co-autori, ma anche dal suo saggio iniziale, che fornisce un quadro generale ben scritto e completo, nel quale si inseriscono poi agevolmente gli altri contributi.

Si sa che NAPOLEONE non era più in piena efficienza fisica. Questo aspetto è ancor oggi oggetto di dubbi, dato che egli, nelle sue memorie scritte durante il suo lungo esilio a Sant’Elena, non ne fa cenno, ma è un fatto: il suo bisogno di riposo è stata la causa principale della sua sconfitta. Il piano dell’Imperatore era ardito e geniale: la sua intenzione era infatti di battere i quattro eserciti nemici uno alla volta, prima che si riunissero. Ma egli non disponeva più dei migliori collaboratori delle passate imprese, per cui fu costretto a fare scelte ancor oggi discusse. Come Capo di Stato Maggiore, anzitutto, non c’era più BERTHIER, che non aveva aderito alla sua causa, ed era morto pochi giorni prima, cadendo da una finestra. Suicido o defenestrazione? Non lo si saprà mai.

Quindi, per assolvere questo ruolo cruciale, fu scelto il Maresciallo SOULT, un ottimo tattico, ma inadatto al nuovo incarico. Anche i comandanti dei due reparti principali dell’esercito francese, che avrebbero dovuto mettere in esecuzione il piano dell’Imperatore, furono da lui mal scelti. NEY, infatti, era logorato dal suo lungo servizio, e tormentato dal suo “tradimento” nei confronti del Re LUIGI XVIII, un atto che gli costerà poi la condanna a morte. NEY, da buon ufficiale di Cavalleria, era ardito, ma poco abile sul campo di battaglia. Infatti, egli non riuscì a essere decisivo a Quatre Bras, facendo marciare un intero Corpo d’Armata avanti e indietro, senza riuscire a impiegarlo (l’espressione in uso tra i militari: “Ordine, Contrordine, Disordine” è ben citata nel libro) e poi, a Waterloo, condusse una battaglia basata su attacchi frontali, alla vecchia maniera.

Come notò WELLINGTON, nella sua corrispondenza successiva alla battaglia, “Non avevo mai visto uno scontro così brutale. Per usare un termine pugilistico, entrambi gli schieramenti si comportarono da picchiatori. Da parte di NAPOLEONE non ci fu alcuna manovra. Si limitò ad avanzare nel vecchio stile, in colonne, e fu respinto nel vecchio stile”. Ovviamente, egli non sapeva che l’artefice di questo tipo di attacco era NEY, mentre la presenza di NAPOLEONE, sul campo, fu quanto meno saltuaria. L’altro comandate cui era stato affidato un ruolo chiave era GROUCHY, più giovane, ottimo tattico, ma che non aveva la freddezza per seguire le direttive superiori, tanto che, il giorno della battaglia di Waterloo, si fece agganciare da uno dei tre Corpi d’Armata prussiani, quello di THIELEMANN (il cui Capo di SM era CLAUSEWITZ), lasciandosi sfuggire gli altri due, anziché aver cura di rimanere a fare da schermo tra l’intera Armata prussiana e il grosso francese.

In campo avverso, il mix di personaggi era migliore, anche se non ottimale. WELLINGTON, infatti, aveva dovuto lottare per avere almeno una parte dei suoi vecchi collaboratori della Campagna di Spagna, e oltretutto aveva ai suoi ordini due Corpi d’Armata non inglesi. L’Olanda, infatti, aveva fornito un Corpo d’Armata, e un altro era costituito da truppe tedesche, dell’Hannover e del Brunswick. Ma il rimedio escogitato da WELLINGTON fu altrettanto geniale: egli mischiò tra loro i vari reparti, in modo da avere sempre reparti inglesi a fare da “collante” nello schieramento.

I Prussiani, invece, disponevano del mix migliore, con il Comandante, il vecchio Feldmaresciallo BLÜCHER, un vecchio Cavaliere ardito e determinato, tanto da essere soprannominato “Marschall Vorwärts” (Maresciallo avanti), per la sua aggressività, a volte eccessiva: a Ligny, infatti, si mise a dirigere personalmente un contrattacco di cavalleria, rimanendo contuso quando il suo cavallo fu colpito. Fortunatamente, il suo Capo di SM era una delle migliori menti disponibili, il generale GNEISENAU, che mantenne il controllo della situazione, malgrado la sua avversione per gli Inglesi. Anche i Comandanti di Corpo erano abili, e soprattutto avevano dei Capi di SM eccellenti, come nel caso, già citato di CLAUSEWITZ.

Malgrado questo, nei tre giorni della campagna di Waterloo, ognuno degli attori principali commise errori, ben evidenziati nel libro, ma vale il detto secondo cui “In guerra vince chi commette meno errori”. NAPOLEONE ne commise di più, e fu sconfitto, ma il libro gli fornisce alcune attenuanti, ben motivate, oltre naturalmente a quelle, già citate, della mancanza di collaboratori all’altezza della situazione e della sua cattiva salute.

Anzitutto vi era l’Asimmetria degli obiettivi delle due parti in campo. NAPOLEONE era costretto a vincere, mentre i suoi avversari potevano semplicemente perdere tempo, in modo da dare agli altri alleati, i Russi e gli Austriaci, il tempo per riunirsi a loro. Quella di NAPOLEONE, come si direbbe oggi, era quindi una “mission impossible”, un disperato tentativo di prevalere contro forze decisamente superiori, grazie alle qualità dell’esercito da lui forgiato, in tanti anni di guerre contro tutta l’Europa.

Queste guerre, però, avevano fiaccato la Francia e i suoi stessi soldati, che si sacrificarono lealmente, ma non ressero di fronte all’imprevista comparsa dei due Corpi prussiani, alla sera della battaglia. Qui entra in gioco un altro aspetto importante: mentre WELLINGTON sapeva come combattevano i Francesi, NAPOLEONE non aveva alcuna idea di come combattesse il suo avversario, non avendolo mai combattuto di persona. La sua ignoranza dell’avversario, ben evidenziata nel libro, arrivò al punto di affermare, il giorno prima della battaglia finale, che “se WELLINGTON sceglie questo terreno (Waterloo) domani, allora è nostro”. Quel che è peggio, egli non ascoltò i suoi collaboratori che conoscevano il generale inglese, SOULT in primo luogo, quando gli raccomandarono un approccio più prudente. WELLINGTON, infatti, conosceva l’aggressività francese, e preparò una battaglia difensiva, disponendo il grosso sulle alture prospicienti e presidiando due bastioni avanzati, per frenare gli attacchi nemici, e ritardare eventuali aggiramenti.

Si trattava di due posizioni-chiave ben scelte, il castello di Hougoumont e la fattoria della Haye Sainte. In mezzo, per effetto delle piogge torrenziali del giorno precedente, vi era un mare di fango, che frenò la cavalleria francese. Egli, poi, fece di più, evitando di esporre eccessivamente le truppe all’artiglieria nemica, e quindi sottraendola al suo fuoco devastante, in modo da conservarla quasi intatta fino al momento del suo impiego in battaglia. Malgrado questo, come disse lo stesso WELLINGTON, l’esito della battaglia fu più volte in dubbio, e solo l’arrivo dei Prussiani risultò decisivo. Questo è un altro argomento sul quale il libro mette una “parola di pace”, ponendo fine a una controversia, tra gli storici, che durava da tempo, forse anche per la lunga ostilità anglo-tedesca dell’ultimo secolo.

Per concludere, devo citare il saggio finale, che analizza le operazioni successive a Waterloo, e delinea le conseguenze della campagna. Qui interviene un altro attore, il Ministro degli Esteri britannico CASTLEREAGH, al quale viene riconosciuto il merito di aver frenato il revanscismo austro-prussiano, mentre WELLINGTON, da parte sua, fece di tutto per contenere gli atti di saccheggio e di vessazione dei Prussiani, una volta occupata Parigi. CASTLEREAGH, infatti, ottenne che le clausole della pace con la Francia non fossero troppo dure: grazie all’aiuto dello Zar ALESSANDRO I, infatti, egli fece prevalere la linea di pensiero che il nemico non era stato la Francia, bensì NAPOLEONE. Questo approccio evitò un eccessivo revanscismo francese, anche se poi il nipote, NAPOLEONE III, avrebbe dichiarato, comunque, il ripristino della potenza francese, ai livelli pre-1815, uno dei punti-chiave del suo programma di governo. Ma una Francia libera da eccessivi gravami era indispensabile per garantire l’equilibrio di potenza in Europa, che però fu messa di fatto sotto tutela, con l’Inghilterra che dominava il mare e la Russia che era la potenza egemone su terra, una situazione simile a quanto fu praticato da USA e URSS durante la “Guerra Fredda”.

Cento anni di pace, sia pur relativa, seguirono ai fatti del 1815, e questo trionfo della moderazione e della collaborazione tra le varie potenze europee deve essere un motivo di riflessione, e un esempio, per noi, che vediamo le relazioni tra i Paesi europei in termini fin troppo di antagonismo.

*Presentazione del libro N. Lipscombe, La battaglia di Waterloo, LEG Edizioni, Gorizia, 2015, trad. it. a cura di G. Maini

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