Iran, il Congresso Usa è pronto a dare battaglia

Gianluca Pastori


L’accordo raggiunto a Vienna sulla delicata questione del nucleare iraniano apre, per gli Stati Uniti, scenari complessi e dalle implicazioni ramificate. Il semplice fatto che, pur con tutte le difficoltà che hanno punteggiato il negoziato, si sia giunti a questo risultato rappresenta una tappa importante per due interlocutori che dalla rivoluzione del 1979 avevano improntato le proprie relazioni su un’ostilità dichiarata, mai realmente scalfita dalle rade e diffidenti aperture registrate. La parte più complessa del percorso rischia, tuttavia, di essere proprio quella che comincia adesso. Voluto con forza dal presidente Obama e sostenuto attivamente dal Segretario di stato Kerry, l’accordo con Teheran si scontra, infatti, con l’ostilità di larghi settori del Congresso e dell’opinione pubblica, e con l’opposizione di importanti gruppi di pressione, sia a livello federale, sia all’interno dei diversi stati. L’accoglienza insospettatamente calorosa riservata al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in occasione del discorso tenuto lo scorso marzo alle Camere riunite, è solo uno degli indicatori (anche se forse il più eclatante) dei problemi che il presidente dovrà affrontare per fare accettare al Legislativo quello che considera il passo più importante della propria azione internazionale.

In realtà, la battaglia per la ratifica del nuclear deal è già iniziata da tempo. Alla fine di maggio, una maggioranza bipartisan ha approvato un’iniziativa di legge che attribuisce al Congresso il potere di rivedere e all’occorrenza emendare i termini dell’accordo con Teheran e che impedisce al presidente, in attesa della valutazione finale, d’intervenire sul fronte delle sanzioni economiche che oggi gravano sulla Repubblica Islamica. Allo stesso modo, già all’epoca dell’accordo interinale del novembre 2013, una serie di stati aveva di fatto svuotato i contenuti dell’accordo stesso annunciando l’intenzione di mantenere in vigore le proprie sanzioni, qualora l’accordo finale sottoscritto con Teheran avesse comportato la fine di quelle imposte dalle autorità federali. Il fatto che le ultime elezioni di midterm abbiano consegnato al Partito repubblicano una solida maggioranza in entrambi i rami del Congresso influisce poco su questo stato di cose. Piuttosto, negli ultimi tempi sembra essersi consolidata la fronda interna al Partito democratico e allo stesso entourage presidenziale, con alcune figure in precedenza coinvolte nei negoziati che hanno preso gradualmente le distanze da un accordo di cui vengono messi in dubbio l’efficacia concreta e la sostenibilità di lungo termine.

Molti sono gli indizi che puntano in questa direzione. Figure come Robert Einhorn (già consigliere speciale del Segretario di stato per la non proliferazione e il controllo degli armamenti), Dennis Ross (già assistente speciale del presidente e Senior Director del National Security Council), Gary Samore (già coordinatore alla Casa Bianca per i temi del controllo degli armamenti e delle armi di distruzione di massa) e Olli Heinonen (già vicedirettore generale dell’Iaea), per esempio, hanno aderito a un Public Statement on U.S. Policy toward the Iran Nuclear Negotiations del Washington Institute for Near East Policy insieme a personaggi importanti dell’amministrazione Bush, come l’ex Deputy National Security Advisor e assistente del presidente Robert Blackwill, il suo collega al NSC, James Jeffrey, il sottosegretario di stato, Paula Dobriansky, e il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Stephen Hadley. Allo stesso modo, vari esponenti della minoranza democratica al Senato – come Robert Menendez (NJ), Tim Kaine (VA), Joe Donnelly (IN), Heidi Heitkamp (ND), l’indipendente Angus King (ME) e il vice-capogruppo Bill Nelson (FL) – figurano fra i primi firmatari della proposta di legge che ha rimesso sotto controllo congressuale i termini dell’accordo con Teheran.

La situazione appare, quindi, estremamente fluida, anche perché, a confondere ancora di più le carte concorre la maggioranza repubblicana, a sua volta spezzata fra fautori della linea dura e un drappello di “pragmatici”, ai cui occhi un accordo sul nucleare potrebbe rappresentare il primo passo per “ingaggiare” l’Iran anche su altri punti caldi dell’agenda regionale. I tempi stretti che il “Corker Bill” impone al Congresso per rivedere l’accordo (trenta giorni dalla data della firma di quest’ultimo, sessanta nel caso in cui la firma sia successiva al 9 luglio) sono un altro elemento che gioca a favore dell’amministrazione; un elemento che, tuttavia, il trascorrere del tempo rischia di invalidare. L’approssimarsi della pausa estiva, sommandosi ai tempi previsti dalla legge, offrirebbe, infatti, a chi si oppone all’accordo, margini aggiuntivi per elaborare una difficile posizione comune. Al momento dell’approvazione dell’accordo interinale dello scorso aprile, le cifre davano il Grand Old Party sostanzialmente spaccato a metà fra favorevoli e contrari, con un 40 per cento di indecisi capace di fare la differenza. Una situazione, questa, che con ogni probabilità sarà destinata a ripetersi nelle prossime settimane, anche se la corsa alle candidature per le primarie favorirà la radicalizzazione di alcune posizioni.

La sfida ormai in corso per la nomination presidenziale inserisce, infatti, nell’equazione un ulteriore elemento di complessità. Nelle scorse settimane, il candidato repubblicano Marco Rubio ha già messo in evidenza la propria posizione in materia proponendo una serie di emendamenti al “Corker Bill” che, se approvati, ne avrebbero intaccato in modo pesante la natura bipartisan. Sebbene il rischio sia stato scongiurato dall’intervento in limina dello stesso Bob Corker, presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, l’iniziativa del senatore della Florida (sostenuto dal collega dell’Arkansas, Tom Cotton) è un segnale chiaro delle tensioni che attraversano il Partito repubblicano e della volontà di alcuni suoi esponenti di utilizzare la questione del nuclear deal come trampolino per la propria corsa elettorale. Nemmeno da questo punto di vista, tuttavia, le cose appaiono migliori sul fronte democratico, dove la candidatura annunciata dalla “moderata” Hillary Clinton ha raffreddato gli animi di molti ex sostenitori dell’accordo con Teheran. Non è casuale che alcuni tra i firmatari democratici del Public Statement sopra ricordato siano figure legate all’ex segretario di stato. I timori dell’amministrazione sembrano, quindi, doversi indirizzare, una volta di più, prima che all’avversario repubblicano, al (teorico) alleato democratico. Un copione che anche su altre issues sembra essere ormai tipico di questi ultimi anni della presidenza Obama.

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